Fondazione Ananke

"Ora riesco a distinguere Clarissa - corpo- Disturbo Alimentare.
Non è stato facile prendere consapevolezza di questo e soprattutto chiedere aiuto."

Mi chiamo Clarissa e ho 26 anni e sono bulimica, ho iniziato ad avere Disturbi alimentari a 17 anni.

Però parlando con i miei terapeuti sono arrivati alla conclusione che già da piccola avevo questi problemi, alle elementari quando faceva molto caldo invece di mettere la solita maglietta con le maniche corte, io stavo con il mio smanicato e maglietta con maniche lunghe in modo da coprirmi tutta; però a quell’età non se né si comprendeva la ragione.

Adesso si comincia a parlare un po’ di più di DCA, però quando io ero alle elementari non se ne parlava ancora, perciò io da bambina non sapevo cosa stava succedendo in me.

Quando andavo a scuola non andavo neppure in piscina e mi prendevo un sacco di note perché le provavo tutte, dicevo che non riuscivo ad andare, che mi erano venute le mestruazioni, che mi faceva male la pancia. Perciò invece di andare in piscina, che sicuramente era più bello, ero costretta a fare un sacco di tesine perché la professoressa si arrabbiava con me. Diceva “devi farlo, è attività fisica, devi farlo per forza sei a scuola”, senza però pensare che forse dietro a tutto questo esisteva un problema, così io preferivo fare tutte quelle tesine.

Col tempo e con l’aiuto dei terapeuti ho cominciato a capire qualcosa di più di me stessa, prima non riuscivo a provare alcun sentimento, ero molto apatica, invece ora quando sta per arrivare “quella cosa lì” me ne accorgo da subito.

Credo ci siano stati degli elementi che potrebbero avere influito sulla mia malattia, forse sono gli uomini che mi hanno deluso.

Un sacco di volte mi sono sentita inadeguata, fuori posto. Ad esempio, se anche nella stanza c’erano un sacco di persone, perché eravamo tanti in compagnia, e quelle persone mi parlavano io provavo la sensazione, la percezione di essere da sola. In quei momenti non ero con altre persone, ero sola, io con i miei pensieri. Anche adesso talvolta mi capita.

L’altro ieri sono andata a correre, ad un certo punto mi sono seduta, aspettavo che il mio ragazzo venisse a prendermi.

Per non farmi vedere dagli altri, perché avevo i pantaloncini corti (sai, perché fintanto che corri vai e non ci pensi, ma quando ti fermi certi pensieri tornano) mi sono nascosta dietro ad un albero, solo che avevo appoggiato le chiavi e il telefonino; ad un certo punto il mio ragazzo mi chiama per dirmi che era arrivato, allora io vado. E dopo dieci minuti mi chiedo… ma, le chiavi?

Ero così immersa nei miei pensieri, in quell’idea che nessuno doveva vedermi, che ho dimenticato completamente le chiavi. Quindi sì, spesso ancora oggi miei pensieri sono più importanti delle altre persone e di tutto ciò che mi circonda e la sera mi fa così tanto male la testa che sono stanca.

Certe volte ti senti prigioniera del tuo corpo. Ieri mi è successa una cosa a scuola che non mi è piaciuta, io faccio delle lezioni per diventare OSS, il mio fisico ne risente molto perché ieri ho mangiato tanto, quindi oggi ho un gran mal di pancia, perché sono i sintomi no? Tu mangi tanto, ovviamente mangi così tanto schifo e dopo non stai bene. Stanotte ho bevuto tantissima acqua e quindi sì, mi sento prigioniera di qualcosa che ora riconosco come parte di me e in questo Villa Miralago mi ha aiutato tanto. Prima no, prima io dicevo… io sono una cosa e il mio corpo un’altra. Io sono diversa dal mio corpo, quindi lui non c’entra niente con me…. Adesso sì, adesso comincio a sentirlo mio, abbiamo cominciato a fare amicizia ed è un’altra cosa è diverso.

Ora riesco a distinguere Clarissa – corpo- Disturbo Alimentare. Non è stato facile prendere consapevolezza di questo e soprattutto chiedere aiuto.

Ti posso dire cosa è successo. Ad un certo punto stavo così tanto male, che sono dovuta andare al CPS, ho iniziato a chiedere cosa potevo fare e loro mi hanno indirizzato da una psichiatra di Bologna. Questa psichiatra mi ha vista qualche volta. Se oggi chiedi ai miei genitori da quanto tempo Clarissa soffre di disturbi alimentari? Loro ti diranno dai 19 anni. Perché solo in quel momento io ho cominciato a dire, ad esternare, a far capire … vomitavo con la porta aperta, perché loro non capivano, perché alla loro età i DCA proprio zero.

Allora sono andata dalla dottoressa e la seconda volta che mi ha visto ha detto: è necessario che tu vada in una comunità terapeutica. In quel momento ero felice, tant’è che appena mi ha detto questa cosa e ha chiamato la struttura, mi sono precipitata immediatamente per il colloquio preliminare.

Una cosa che, a pensarci adesso, è stata molto strana, ricordo che ero col ragazzino che avevo a quel tempo e, mi hanno detto chiaramente che ero malata, che soffrivo di un Disturbo Alimentare. 

Dopo una settimana sono stata catapultata in questa comunità terapeutica e lì mi si è aperto un mondo bruttissimo perché io non ero consapevole di tutta questa realtà immensa e variegata, non ero pronta, mi sono ritrovata in un contesto che era TROPPO per me. Inizialmente invece di essermi d’aiuto è successo il contrario, perché io ho abbracciato i disturbi di tutto quello che c’era dentro. Quindi dalla bulimia sono passata all’anoressia, poi sono ridiventata bulimica nervosa… un casino! Non sapevo più nemmeno cos’ero e chi ero. I miei genitori questa malattia all’inizio non l’avevano compresa, il mio rapporto con loro durante la malattia era completamente cambiato, io li odiavo, mia sorella non mi sopportava più, giustamente, perché ero diventata una rompicoglioni assurda, i miei non sapevano più cosa fare erano nel panico. Odiavo soprattutto mia madre, la odiavo in una maniera assurda che se ci penso ora mi piange il cuore; ora che ho capito, mi rendo conto che davo a lei tutte le colpe del mio malessere.

Mio padre era in Svizzera a lavorare, quindi quella che subiva tutto era mia madre, quella cattiva, quella che mi diceva di no, perché io sono sicura che nessuno l’ammetterebbe, a meno che non stiano un po’ meglio che questa malattia ti porta a diventare egoista, a pensare solo a te stessa, ad essere viziata, perché se non riesci ad ottenere quella cosa fai di tutto per far vedere che tu stai male, usi qualsiasi strategia e diventi impossibile. Adesso che sono uscita dalla comunità terapeutica con i miei genitori va meglio, ci sono sempre delle lacune, delle cose da sistemare, da rivedere, ma ci vuole tempo per aggiustare le cose.

Durante la malattia mi è mancato il non poter uscire “normalmente” con i miei amici, perché sì, uscivo con loro ma in realtà io non c’ero. I miei pensieri mi ossessionavano e avevano il sopravvento su tutto, erano più importanti di qualsiasi altra cosa. Mi è mancato poter andare in discoteca “normalmente”, perché quando ci andavo mi mettevo davanti a qualsiasi ragazza e la guardavo così intensamente che ad un certo punto ho pensato, ma io sono lesbica.

In quel periodo i ragazzi non li guardavo neppure, guardavo solo le donne, e mi sono ritrovata a pensare… “c’è qualcosa che non va”, c’è qualcosa che sta cambiando in me, forse sono attratta dalle donne, quindi ho iniziato a riflettere anche su questa cosa. Persino i miei amici l’avevano notato infatti in quel periodo mi dicevano… “Clarissa ma… ti piacciono le donne?” Ed io rispondevo, non lo so, ed era la verità.

Però ora ho capito, non ero attratta dal sesso femminile, ero ossessionata a tal punto dalla malattia che dovevo controllare tutto quello che mi stava intorno, dovevo osservare attentamente tutti i minimi dettagli delle ragazze per capire cosa potevo modificare del mio corpo per perfezionarlo al meglio. Ad esempio, davanti alle ballerine, c’era tutta la mischia di ragazzi che le guardavano e tra loro c’era quella scema che osservava i minimi particolari e tutti che dicevano …. ma questa?

E io guardavo, osservavo, scrutavo, non ballavo…. stavo lì. Quando mi sono resa conto di questo e in un certo senso mi sono sentita umiliata, non sono più andata in discoteca per un bel periodo. Mi sono persa un pezzo della mia vita, perché con le tante medicine che mi davano per farmi stare calma io non mi ricordo quasi niente di quel periodo della mia vita. Quindi sì, mi sono mancate tante cose.

Poi ho subito il giudizio pesante degli altri che va a braccetto con questo tipo di malattie, lo sto avvertendo ancora adesso. Il giudizio degli altri fa male, è bruttissimo, ti trafigge, soprattutto quando hai queste patologie, perché lo senti ancora di più. Mi sono sentita dire un sacco di volte “sei grassa”, poi quando ero dimagrita “mamma mia come sei magra, troppo magra”, oppure mi dicevano “adesso che sei dimagrita stai molto meglio” e tutto questo non faceva altro che destabilizzarmi.

Mi ricordo quella volta che ero dimagrita veramente tanto ed ero andata in Puglia in vacanza coi miei genitori, lì avevo degli amici, io non mi facevo vedere da un pò perché in quel periodo ero davvero molto dimagrita, e quando qualcuno mi vedeva con i miei genitori diceva a mia mamma… ma è tua figlia? Clarissa? Ero cambiata veramente tanto.

Ricordo che un giorno un amico mi dice “dai vediamoci” e decido di andare con lui a fare un giro sul lungomare e ad un certo punto mi dice” meno male che sei dimagrita, adesso sì che stai meglio” e io gli ho detto “scusa?” e lui “ e sì, prima eri un po’ cicciottella almeno adesso hai le forme giuste”

Io ho avuto una crisi fortissima, sono diventata una iena e l’ho mandato a fanculo, l’ho cacciato via perché mi sono sentita ferita. Solo che mi è venuta una crisi così forte, mi sono appoggiata al muretto ed ho iniziato a piangere disperatamente. Si è fermata una macchina con una coppia ed io ho iniziato a dire loro, “io sono troppo magra perché prima ero grassa” loro non riuscivano a capire, mi hanno detto: cosa stai dicendo? Non capiamo, puoi dirci dove sono mamma e papà, ma io ero grande, avevo 18, 19 anni e quindi mi hanno riaccompagnato a casa e poi non mi ricordo altro.

Mi tornano alla mente poche scene di quel periodo, quelle che mi hanno ferito di più.

Mi sarei aspettata che i miei genitori capissero un po’ di più però non mi sento di incolparli perché è difficile capire questa malattia, devi esserci entro per capirla realmente. Neanche la nutrizionista, lo psicologo, pur essendo competenti non riescono a capire fino in fondo tutto quello che accade dentro di te. Quanta forza ci vuole per affrontare questa malattia? Secondo me non ci vuole forza di volontà, non esiste la forza di volontà.

Questa malattia è una merda, non saprei neppure come descriverla.

Anche se adesso spesso mi mostro forte e dico che va molto meglio, talvolta capita che non sto bene e mi dico “porca puttana Clarissa, ancora…” Ma questa malattia è come un giro di giostra, un casino, non si capisce, non sai come descriverla, è impossibile, perché ogni giorno cambia, ogni giorno muta.

La cosa divertente che mi dico sempre è che un drogato può cerare di smettere di prendere la droga perché non la trovi dappertutto, cioè, non vivi di droga, invece il cibo è la vita, è energia, è il carburante e senza energia e carburante muori, quindi non la puoi togliere, ci devi convivere per forza. Capisci, per assurdo è molto più facile uscire dalla droga che da questa assurda malattia.

Questa malattia mi ha tolto la voglia di vivere, quando ero dimagrita tanto, pensavo che se fossi arrivata ad un peso prestabilito avrei trovato la felicità, invece non è così. Ero rinchiusa in qualcosa che era peggio di una gabbia

Io personalmente penso che non si possa guarire da questa malattia, si convive, arrivi ad avere degli strumenti adeguati in modo tale che quando torna anche solo tre secondi tu la mandi un attimo a fanculo e se ne va.

Alle ragazze che in questo momento sono ricoverate o sono nel pieno della malattia direi di farsi aiutare perché è una balla quando dicono che riescono ad uscirne da sole, è successo anche a me di dirmi “ce la puoi fare da sola Clarissa” invece non è così assolutamente anzi crei ancora più casini e vai sempre più a fondo.

Direi loro di farsi aiutare perché più passa il tempo più diventa pesante, diventa ancora più grossa questa cosa. È necessario farsi aiutare il prima possibile, appena capiscono che c’è qualcosa che non va, ma è difficile, di solito ti fai aiutare quando sei arrivata al limite, quando proprio sei stanca, quando hai toccato il fondo e addirittura neanche in quel momento.

Certe volte ho paura di ritornare in quell’incubo, spesso dico alla psicologa, io non voglio più tornare in struttura. La fragilità rimane, secondo me le persone che incontrano questa malattia sono e restano molto fragili.

Durante la malattia mi sono sentita molto sola, non compresa. Io non ho mai voluto rimanere sola, io avevo paura a rimanere da sola.

A Villa Miralago mi hanno insegnato a rimanere da sola, adesso non ho più così paura. Prima cercavo continuamente l’appoggio dei ragazzi, dovevo per forza essere fidanzata con qualcuno, perché se non ero fidanzata con qualcuno andavo in crisi e non importava chi fosse, andava bene chiunque trovassi, anzi era meglio trovare qualcuno che non capisse la malattia in modo tale da poterlo abbindolare facilmente.

Ho avuto un ragazzo che mi veniva a prendere, mi portava a mangiare e dopo che mi ero abbuffata mi accompagnava in campagna a vomitare e lui controllava che non arrivasse qualcuno che potesse vedermi vomitare. Se ci penso ora, riesco a vedere tutto questo squallore e la tristezza.

In quel periodo ho sofferto tantissimo la solitudine, non ce la facevo neppure a restare a casa sola per dieci minuti, mi faceva paura e poi quando ero sola mangiavo e vomitavo.

Ero arrivata ad un punto che non mi sentivo più la bocca, ero piena di afte, gonfiori, mal di gola. Le mie mani erano rotte perché io pur di vomitare mettevo in bocca tutta la mano, tutto lo spazzolino. Le provate di tutte, perché ad un certo punto non ce la facevo neanche più a vomitare, ero così stanca.

Vomitare era diventato un rituale, non c’era più niente di bello nella mia vita. Inizialmente ciò che mi spingeva a vomitare era il senso di colpa per aver mangiato troppo, poi era diventato un rituale, non avevo più sentimenti, non capivo più ciò che stavo facendo, praticamente Io facevo per abitudine.

Andavo in bagno, prendevo il cellulare, mettevo la mia musica, quella, sempre quella doveva essere, tant’è che adesso io la odio, non la voglio proprio più sentire nominare, infatti quando la mettono in radio o anche quando la mettevano in struttura perché non sapevano, io dicevo per favore toglila! Era davvero un rituale, se non lo facevo cominciavo ad innervosirmi. Non mi riconoscevo più, ero diventata un’altra persona, diventavo una pazza era allucinante.

Da quando sono fuori dalla comunità non ho più vomitato, anche in struttura ho vomitato poche volte, quindi è da tanto che non lo faccio e non mi viene più neppure voglia di farlo. Sono capitate tre, quattro volte le abbuffate, ma è normale, succede, fa parte del percorso. Però non ho più avuto queste forti crisi e mi sento più forte.

Adesso devo riprendere in mano di nuovo la mia vita e ce la metterò tutta.