Fondazione Ananke

"Ho provato il bullismo sulla mia pelle, mi dicevano “cicciona” e visto che il mi nome è Serena
mi chiamavano “Serena la balena”

Sono Serena, 19 anni e credo che la vita non mi abbia voluto bene.

All’età di 2 anni i miei genitori si sono separati, ricordo molto bene una scena durante la loro separazione, mi avevano lasciata a casa di un’amica di mia madre, ho pianto tutta la notte pensando di essere stata abbandonata.

Non mi ricordo quando ho iniziato con questa malattia, anzi c’è un pezzo della mia vita della quale non ho alcun ricordo, alcuni frammenti di vita li ho addirittura rimossi. Sai la mente di solito si comporta così, cancella i ricordi dolorosi, anzi li sedimenta ma prima o poi escono e fanno ancora più male.

Fino a 14 anni ho cambiato diverse case, non ho mai avuto una grande stabilità, era un continuo cambiar case ed anche cambio dei compagni di mia madre e di mio padre.

Passavo giorni con mio padre e mi trovavo in un’altra casa, in un altro luogo. Mi sentivo un po’ lanciata di qua e di là come una pallina da ping pong, avanti e indietro tra mio padre e mia madre, sempre in mezzo alle loro scelte, alle loro idee e alle loro discussioni senza saper cosa fare. Trascinata dentro a queste cose che mi hanno lasciato un segno.

Io ho sofferto di anoressia e di bulimia. Da piccola ero obesa, all’età di 12 anni sono arrivata a pesare quasi 100 chili e a scuola, sia alle elementari che alle medie, mi deridevano e mi prendevano in giro per il mio corpo e per il mio peso.

Ho provato il bullismo sulla mia pelle, mi dicevano “cicciona” e visto che il mi nome è Serena mi chiamavano “Serena la balena” e ogni volta queste cose lasciavano delle ferite profonde. Non si sono limitati al bullismo verbale, ho subito anche quello fisico.

Ricordo che a me piaceva un ragazzo, qualcuno era venuto a saperlo e lo aveva detto ad una ragazza a cui piaceva quest’ultimo. Il ragazzo e la ragazza si sono messi insieme ed hanno deciso di picchiarmi …. semplicemente perché a lei piaceva lui e lui forse si vergognava del fatto che si sapesse che a me piaceva. “Picchiata solo perché ti piace qualcuno”.

Queste cose mi hanno devastata volevo diventare invisibile, sparire per non soffrire. Fino alle medie ho continuato a mangiare, mangiare e ancora mangiare. Mangiavo senza rendermi conto che era diventato un problema serio.

Mangiavo ad ogni ora e qualsiasi cosa, di nascosto da mia madre che spesso mi diceva “Non mangiare, guarda che stai mangiando troppo” così aspettavo che andasse a dormire, mi alzavo e mangiavo di nuovo senza alcun tipo di compensazione.

Poi, arrivata alle medie guardando le altre ragazze ho pensato “voglio essere come loro, non mi piaccio in questo corpo, voglio cambiare”, allora ho iniziato una dieta presa da internet, la prima che ho trovato per perdere peso più velocemente possibile. Penso che la mia anoressia sia iniziata in quel momento, facevo tutto di testa mia, non ascoltavo nessuno, vedevo che continuavo a perdere peso. Più perdevo peso e più mi sentivo felice, mi vedevo bene in un altro corpo, finchè piano piano questo corpo è diventato sempre più malato. 

A quel punto vedevo solo il mio corpo e non vedevo più Serena, mi guardavo allo specchio e non riconoscevo più i miei occhi.

Quello che vedevo erano occhi spenti, privi di sentimento, privi di qualsiasi cosa ….. non vivevo più.

Pensavo solo al cibo, a camminare, a vomitare, fare esercizio fisico e a contare le calorie. Era tutto lì, non c’era nient’altro che quello. C’era solo la malattia, Serena non c’era più. Intorno a me c’era solo tanta solitudine, ora ho imparato a conviverci, ma non è stato facile.

Io ero convinta che quello che stavo facendo fosse la cosa giusta e la conferma l’avevo da chi mi stava attorno, da chi mi vedeva perdere peso e mi diceva “ma quanto stai bene”, “Wow Serena, ma quanto sei dimagrita, brava!”.

Allora ci sono, allora mi vedono pensavo. Questo mi dava lo stimolo per dimagrire sempre di più, la forza di andare avanti nel mio intento convinta che fosse davvero la cosa più giusta. Ma non mi accorgevo che stavo andando sempre più a fondo, sempre più verso la morte. Ci sono andata molto vicina senza neppure rendermene conto. Per me era tutto normale. 

Pesavo 39chili ma a me andava benissimo così, non avevo più emozioni, non sentivo più niente. Anche quando mia madre quel giovedì mi disse piangendo “devi essere ricoverata”, io l’ho guardata senza emozione e le ho detto “ok va bene”, quella cosa non mi faceva né caldo né freddo, “portami dove vuoi”.

Non capivo che stavo di fronte alla morte, ci stavo parlando, ero lì e non la vedevo.

Del resto io non ho mai chiesto aiuto, non mostravo mai la mia malattia, non intendevo farlo, indossavo sempre abiti larghi per celare la magrezza.

Non volevo mangiare e quando gli amici mi invitavano a cena inventavo le solite scuse “non ci sono”, “non sono a casa” invece ero sola nel letto a piangere o mi stavo facendo da sola a piedi il giro di Lugano.

Quindi tantissimi pregiudizi e amici zero. Penso che mia madre avesse capito la mia malattia, ma mi lasciava fare, credo che non sapesse nemmeno lei cosa fare.

Talvolta la cacciavo da casa, mi abbuffavo e andavo a vomitare, o andavo a correre per compensare. Lei però non c’era perché io la cacciavo e quando c’era mi abbuffavo, andavo in bagno a vomitare o a fare esercizi …… non immagini quanto cibo sprecato!

Con questa malattia io avevo il controllo su tutto e su tutti, mi sentivo onnipotente. Niente e nulla poteva toccarmi o scalfirmi in quel momento. Neppure fare 10.000 addominali in bagno a 39 chili mi pesava, non li sentivo neppure. La malattia era diventata parte di me. Ho passato un periodo dove mi facevo del male, mi tagliavo per punirmi ma non sentivo neppure il dolore.

Ho cominciato a prendere consapevolezza della malattia dopo le dimissioni dal primo ricovero. Mi sono detta: “il mio problema è la mente, non il corpo, ho tutto nella mia testa, il corpo è solo quello che subisce”. Sentivo che era rimasto un problema irrisolto, lo sentivo nella mia testa,”quella vocina che ti dice fai questo, fai quell’altro, non mangiare questo, pesati” io la sentivo continuamente.

Per uscire da tutto questo ci vuole una grande forza e tanta pazienza. Non si deve avere fretta, non accade da un giorno all’altro. Sono stata ricoverata 3 anni a Villa Miralago e di ragazze ne ho viste tante uscire ed entrare, ho visto chi stava bene e chi stava male.

All’inizio tutte e anch’io si prefiggono di stare lì solo per un per un determinato periodo e in quel periodo vogliono mettercela tutta e questo è già un buon punto di partenza. Poi mi sono resa conto che non ti devi dare un obiettivo temporale, io sono entrata con la convinzione di rimanere 5/6 mesi poi me ne sarei andata, ce l’avrei fatta.

Dopo 6 mesi non ho più pensato al tempo, non mi importava più, volevo uscire solo quando fossi stata davvero pronta. Avevo deciso che mi sarei fidata della mia équipe, loro avrebbero deciso il mio tempo. Io ci ho messo 3 anni, ma ci sono persone che in 4/5 mesi oppure un anno ce l’hanno fatta, devi imparare ad avere pazienza.

Uscire da questa malattia dipende da te, ma da soli non si riesce, devi essere supportata da un’équipe preparata ma devi farli entrare, devi essere tu a decidere di essere aiutata, altrimenti loro non possono partire col percorso di guarigione.

Penso che da questa malattia si possa guarire, anche se sono convinta che ci convivi per tutta la vita. Resta sempre una parte di te che sa che hai avuto un Disturbo del Comportamento Alimentare, che ha avuto quel problema e un giorno potrebbe uscire nuovamente da un angolino.

Alle ragazze che stanno vivendo la malattia vorrei dire di chiedere aiuto, vorrei che si accorgessero del loro problema perché quando ci sei dentro tu non ti rendi conto di essere malata. Vorrei che il loro percorso fosse un libro vuoto.

Tu hai scritto un libro, lo prendi e lo lasci in un cassetto, ne prendi uno nuovo, lo apri e inizi a scrivere dal primo giorno di cura e lì è una scrittura continua, raccontarsi è un percorso, è metabolizzare il dolore, lasciarsi alle spalle i vari pezzi.

All’inizio nessuno vuole farsi curare, vuoi scappare, ma dopo un po’ capisci che è arrivato il tempo. Io sono entrata in clinica a settembre del 2018 e a maggio 2019 ( io non lo ricordo, ma i miei terapeuti sì) è scattato in me qualcosa, non so cosa, forse ho iniziato a fidarmi. Ho lasciato il mio corpo, le mie ansie, le mie paure nelle loro mani, non riuscivo più a reggerne il peso, ero arrivata allo stremo.

Quando ero malata andavo al supermercato ci stavo le ore, controllavo minuziosamente le calorie, i grassi, i carboidrati e tutti i valori nutrizionali di ogni alimento.

Io non mi guardavo allo specchio, lo consideravo un nemico, mi faceva paura. Nei ricordi non ho neppure un’immagine di me da piccola, non ricordo come ero fatta.

A Villa Miralago ho fatto un percorso allo specchio per riconoscermi e vedere come stavo cambiando. Io non sapevo com’ero, chi ero, non sapevo niente. Io per Serena ero una persona sconosciuta e ancora oggi non mi conosco del tutto.

Spesso ho paura di tornare nell’incubo della malattia, addirittura il terrore ma ora credo di avere gli strumenti per combatterla.

Penso sia importante far conoscere i disturbi alimentari nelle scuole, far sapere che esistono. In terza media io non avevo idea che esistessero queste patologie, io mi stavo ammalando senza sapere di che cosa. Non ne avevo idea, è stata una mia amica a parlarmi dell’anoressia perché lei ci era passata. Sono andata su wikipedia a cerare i sintomi e li avevo tutti, mi riconoscevo in ogni sintomo che leggevo.

Fare prevenzione nelle scuole è un buon inizio, un buon punto di partenza. La gente non sa cos’è un disturbo alimentare, ti guarda e ti dice “mangia un po’ di più” , “mangia un po’ di meno” oppure “ perché vomiti dopo il pasto?” , solo chi ci è passato come paziente o come familiare può capire, gli altri non sanno nulla.

Io oggi ho ritrovato i miei sogni. Pensa …. è strano, ma la mia passione è la cucina. Ne ho parlato anche con la mia équipe del fatto di voler frequentare la scuola alberghiera, pensavo dipendesse ancora dalla malattia. Ci ho riflettuto a lungo e poi ho scoperto che è una passione vera, io lì ci metto il cuore, mi diverto, non mi frega niente degli ingredienti che ho davanti. Ora apro il frigorifero, guardo e penso alle ricette che devo fare in base a quello che vi trovo dentro, vado al supermercato e non penso alle calorie, mi vengono in mente solo mille ricette da creare, compro vado a casa e le faccio.

Ora ho capito che la bellezza è il mondo fuori, non è un corpo, è tutto quello che c’è fuori. La bellezza sono i nostri desideri, la musica, la vita, la libertà.

Questo tatuaggio con la scritta in arabo significa semplicemente “libertà” ma per me ha un significato più profondo. In comunità ho conosciuto una ragazza araba e l’ho presa a cuore come una sorellina, quindi ho messo un pezzo di lei dentro di me che è stata una parte importante nel percorso della mia vita.

Questa esperienza mi ha insegnato a vedere il mondo con altri occhi, a vedere la vita in un modo diverso, mi ha dato tantissimo. Praticamente mi ha insegnato a vivere.

Ho imparato ad amarmi di più, ci sono ancora alcune difficoltà, ma sono più forte nonostante le mie fragilità e le vedo in maniera diversa. Ho imparato dalle persone che stavano accanto a me e dall’équipe che è stata al mio fianco.

A mia madre vorrei dire che le voglio bene ma è arrivato il momento di staccare quel cordone ombelicale che lei tiene ancora molto forte, vorrei dirle che ho bisogno di volare.

Perché staccarsi non significa abbandonare, vuol dire lasciare la libertà all’altra senza smettere di amarla.