Fondazione Ananke

"Alcune ragazze vengono nutrite attraverso il sondino naso-gastrico e, per assurdo, alcune lo desiderano: viene visto come una deresponsabilizzazione dall’atto del mangiare. Per queste pazienti prendere la forchetta, infilzare una mezza pennetta di pasta, metterla in bocca, masticare e deglutire è un processo attivo, un’azione che implica una responsabilità. Si sentono in colpa perché hanno portato la forchetta alla bocca, si sentono in colpa per aver ceduto e aver mangiato, per aver introdotto quelle calorie"

Sono Chiara Marsigliante, vengo da Roma e lavoro a Villa Miralago da tre anni. Sono biologa nutrizionista con specializzazione in Disturbi alimentari.

Ho deciso di intraprendere questo percorso professionale perché ho sempre avuto una grande passione per la psicologia e questo ambito mi ha permesso di lavorare sul piano nutrizionale ma anche di apprendere nozioni di psicologia. La tipologia di colloquio che viene fatto con le pazienti è completamente diversa rispetto ad un colloquio con una persona che viene semplicemente per chiedere dei consigli nutrizionali o una dieta a scopo dimagrante.

Non è sempre facile: ogni giorno mi rendo conto quanto sia complicato e al contempo interessante fare un lavoro cosi “umano”, a contatto con una realtà emotiva e personale che poi si riflette nel comportamento alimentare. In questa struttura qualsiasi figura professionale viene coinvolta pur mantenendo il proprio ruolo, ma a volte accade che questi ruoli si interscambiano, capita per esempio che il nutrizionista debba assumere il ruolo di educatore oppure che, durante i colloqui nutrizionali, emergano delle questioni psicologiche delicate, che devi saper ascoltare, senza inoltrarti troppo nel discorso, lasciando poi che sia lo psicologo ad occuparsene. Tutto questo ha poi un riscontro personale perché spesso ti porti a casa delle riflessioni, delle sensazioni che in fondo fanno parte di ognuno di noi.

Penso che il disturbo alimentare rispecchi molto la società odierna. Molti associano i disturbi alimentari a luoghi comuni, pensano siano delle fisse, un tentativo del paziente di perdere peso, di dimagrire, di assomigliare alle modelle, in realtà non è assolutamente così e spesso i social non aiutano a far comprendere che c’è una differenza sostanziale tra il disturbo alimentare e il tentativo di assomigliare ad una modella. Talvolta rischiano di essere addirittura un fattore di mantenimento di un ideale anoressico e a volte ci ritroviamo con i pazienti a dover sconfessare questi ideali, queste immagini che vengono loro proposte ogni giorno.

Il ruolo del nutrizionista qui dentro è molto difficile perché noi dobbiamo far capire al paziente che uno degli obiettivi terapeutici, nel caso di anoressia, è quello di un aumento ponderale. Su questo punto dobbiamo essere chiari ma allo stesso tempo è necessario rassicurarle, spiegare che l’aumento ponderale non sarà troppo rapido, che seguirà un ritmo che verrà elaborato attraverso il lavoro con lo psicologo.È importante spiegare loro che l’aumento ponderale è diverso dal dire “arrivo qui e ingrasserò”, perché la parola ingrassare significa mettere massa grassa, quindi loro immaginano delle forme e dei corpi che spaventano. Noi poniamo molto l’accento sulla qualità dell’aumento di peso, è un po’ come il confronto tra le calorie, sulle quali loro sono fissate, e la qualità nutrizionale dell’alimento. Cerchiamo di spiegare che aumentare di peso significa ricostruire gli organi, la massa magra, ricostruire per star bene e dedichiamo molte ore nei colloqui su questo argomento.

Poi dobbiamo affrontare le crisi che inevitabilmente ci sono, anche per un solo etto preso in una settimana e talvolta sono crisi piuttosto forti.

Ho avuto una paziente che sbatteva la testa contro il muro fino a sanguinare per aver preso un etto mentre mi urlava con rabbia che si era fidata di me e che nonostante questo aveva preso peso.

C’è anche un piano di responsabilità: a volte ci troviamo a concordare con la paziente un determinato andamento di peso che però non sempre si può rispettare al cento per cento perché l’organismo umano è fatto di carne, di ossa, di liquidi e questo la paziente non lo accetta, non lo riconosce.

Attraverso i gruppi nutrizionali dobbiamo insegnargli che è indispensabile rispettare il tempo del corpo che si deve adattare, che ogni corpo risponde in maniera diversa ad un determinato piano alimentare. 

Che non sempre una dieta con un determinato apporto calorico, che va bene per una persona, ha gli stessi effetti su un’altra. Questa cosa per loro è difficile da accettare e spesso si confrontano tra loro.

Io sono una persona molto empatica e ho la tendenza a dare subito confidenza, mi viene proprio naturale perché la maggior parte delle pazienti sono ragazze giovani, mie coetanee e questo da un lato dà ottimi risultati perché si crea subito un legame: il paziente si fida ed entra in sintonia; però dall’altro lato è un rischio perché il nostro ruolo deve anche dare un limite alla malattia, ad esempio di fronte ad un paziente che non vuole mangiare. Anche se, nelle prime settimane, a seconda del caso, possiamo dare la possibilità alle pazienti di avanzare qualcosa, rispettando i loro tempi, questo non può avvenire quando ci troviamo di fronte ad un paziente che è in condizioni gravi e verso cui dobbiamo essere molto incisivi e a volte molto duri. Questo passaggio molto sottile diventa molto difficile perché da una parte devi essere in grado di dare supporto, di essere molto accogliente e dolce e allo stesso tempo devi mantenere la tua professionalità, devi imporre un limite al disturbo alimentare che a volte risulta difficile per le importanti resistenze del paziente. Questo però garantisce anche la buona riuscita del percorso.

Alcune ragazze vengono nutrite attraverso il sondino naso-gastrico e, per assurdo, alcune lo desiderano: viene visto come una deresponsabilizzazione dall’atto del mangiare. Per queste pazienti prendere la forchetta, infilzare una mezza pennetta di pasta, metterla in bocca, masticare e deglutire è un processo attivo, un’azione che implica una responsabilità. Si sentono in colpa perché hanno portato la forchetta alla bocca, si sentono in colpa per aver ceduto e aver mangiato, per aver introdotto quelle calorie.

Invece il sondino è considerato unicamente un tubicino che entra nel naso e finisce nello stomaco, non l’hanno messo loro e la nutrizione scende da sola; loro non devono fare nulla, non devono masticare, non devono sentire il gusto del cibo. Perché oltre alla passività dell’azione ci sono anche le sensazioni che ruotano intono al cibo. Loro hanno paura di provare troppo piacere e con il sondino non sentono niente, non sentono il gusto o il profumo dell’alimento e in questo modo si sottraggono a quel piacere che non possono assolutamente permettersi e di cui devono privarsi.

Le maggiori difficoltà sono quelle in cui arriva il momento dove devi responsabilizzare il paziente, lasciare che sia lui a decidere cosa mangiare, quando introdurre nel piano alimentare, determinati alimenti, che noi chiamiamo “fobici” perché sono quelli che fanno più paura. Talvolta è difficile capire se il paziente è pronto a scegliere e la nostra figura serve proprio a questo. 

“Il piano alimentare è stato scelto dal nutrizionista, mi fido, seguo quello che lui mi dice, mangio quello che lui mi dice di mangiare” ma poi scatta anche la paura di non saper decidere, perché talvolta non riescono ad avere una misura. 

È un po’ lo stesso principio della dispercezione corporea: loro a volte hanno una dispercezione delle porzioni dei pasti, soprattutto le pazienti che sono state anoressiche e che ora sono bulimiche: non hanno la capacità di percepire se quello che mangiano sia giusto o sia troppo o troppo poco. Questo è uno dei momenti più complessi: capire se il paziente è in grado di decidere da solo, quando è in grado di introdurre determinati alimenti, oppure se è in grado di mangiare in sala pasto 2 dove hanno la possibilità di porzionarsi autonomamente i pasti. Talvolta sembra che il paziente sia pronto e poi invece fa un passo indietro.

Le ragazze che soffrono di disturbo alimentare perdono completamente tutte le emozioni e io rispetto a questo faccio un gruppo che si chiama “laboratorio sensoriale”, dove sottopongo loro un alimento alla volta e lo faccio vivere attraverso uno dei cinque sensi. In ogni sessione prendo in esame un senso che può essere il tatto o il gusto piuttosto che l’olfatto, escludendo gli altri, quindi le pazienti sono bendate o con il naso chiuso devono indagare sull’alimento, riconoscerlo e poi sentire le emozioni, la sensazione di piacere o di disgusto che percepiscono, i ricordi, le emozioni e i luoghi che gli vengono in mente nel momento in cui facciamo il gruppo.

Una cosa che appare evidente in questo gruppo è che loro associano molto spesso la nostalgia e la paura, ma anche emozioni completamente contrastanti tra loro. Ricordano alimenti che fanno paura, tipo le patatine in busta e si rendono conto che poi queste rievocano momenti bellissimi come la vacanza al mare con le amiche dove facevano l’aperitivo mentre giocavano a carte e rimangono un po’ sbalordite dal fatto che un alimento così fobico in realtà rievochi dei momenti così belli che loro hanno completamente rimosso.

Il momento del pasto, soprattutto all’inizio, è drammatico innanzitutto perché dura tantissimo, lavorando qui non ce ne rendiamo conto, però un paziente ci mette anche un’ora, un’ora e un quarto per mangiare solo un integratore di 150 ml, oppure per mangiare dieci farfalle, una fettina di carne e una porzione di zucchine. È molto lungo ed è molto difficile riuscire a controllare tutti, perché molte pazienti nascondono, altre sminuzzano, oppure asciugano l’olio o cercano in tutti i modi di prendere meno calorie.
Spesso ci sono delle vere e proprie crisi di fronte al piatto che noi dobbiamo tamponare rassicurando il paziente, rimodulando un piano alimentare che comunque serve loro a farle stare meglio, avere le energie per fare le attività e per affrontare i colloqui psicologici.

La prima sensazione che ho provato entrando in sruttura è stata di perplessità perché io ho scelto di fare la nutrizionista proprio perché amo mangiare e vedere pazienti che non sono neanche in grado di mangiare una fettina di pane è una cosa che un po’ ti sconvolge. Penso all’opinione delle persone che sono esterne a questa problematica, il mondo di oggi è diviso in chi ha troppo cibo e chi ne ha troppo poco e molto spesso mi sono trovata di fronte a persone che, non conoscendo minimamente il disturbo alimentare, giudicavano questo disturbo come una mancanza di rispetto nei confronti di quella parte di mondo che soffre perché non ha cibo a disposizione, quindi un capriccio. Come primo impatto può sembrare così, però io penso che respingano il cibo perché ci dà vita, c’è da parte di queste pazienti un desiderio di nascondersi, di dimagrire fino a scomparire, a volte in alcune di loro c’è anche il desiderio di morte e quindi non mangiare significa anche procedere verso una non-vita. Poi il cibo, al giorno d’oggi, ci viene palesato ovunque a tutte le ore, sui social, in televisione, quando passeggiamo e ci viene proposto come qualcosa che può darci sempre una sensazione di soddisfazione.

Ritengo che tutti coloro che si improvvisano nutrizionisti o dietisti influiscano tantissimo sul disturbo alimentare perché abbiamo avuto tantissime pazienti che sono state seguite da persone che invece di aiutarle hanno contribuito a far emergere il disturbo alimentare. È molto facile cadere in questo baratro, perché molti iniziano con diete fai-da-te prese da internet o dalle influencer piuttosto che da donne di spettacolo e di conseguenza ai “veri nutrizionisti” viene data poca credibilità. Questo è un altro aspetto complesso del nostro lavoro perché si sentono talmente tante diete fantastiche e magiche che a volte dobbiamo fare una rieducazione alimentare partendo proprio dalla base, e devi essere molto preparato perché c’è una grande ignoranza di base sia da parte dei pazienti che di persone che non hanno un disturbo alimentare che talvolta si improvvisano loro stessi esperti.

I momenti di maggior gratificazione sono i messaggi che ancora oggi ricevo da pazienti che ho seguito qui in struttura, messaggi che ricevo anche dopo molto mesi dalle dimissioni, nonostante siano pazienti che ancora stanno lottando o che magari sono ancora ricoverate oppure sono a casa e stanno seguendo un percorso ambulatoriale. Mi scrivono costantemente ringraziandomi per l’aiuto che ho dato loro, si ricordano le mie parole e i discorsi che solo adesso sono in grado di capire. A volte mi scrivono che vanno a cena fuori o hanno mangiato da McDonald’s, oppure mi dicono che hanno mangiato un cornetto di prima mattina come non facevano da dieci anni e hanno riscoperto la convivialità.

La comunità mi insegnato a lavorare in gruppo, con operatori che hanno una formazione completamente diversa dalla mia, ma anche con i pazienti perché ci si lavora tutti i giorni. Non è una cosa facile perché ho dovuto imparare a lavorare anche su miei aspetti caratteriali più o meno sensibili e quindi mi ha dato anche la capacità di interagire con persone che hanno varie problematiche e un carattere diverso dal mio. Sicuramente mi ha permesso di riconoscere le molteplici sfaccettature delle persone e anche di entrare in una connessione più profonda e attenta, perché anche l’ascolto attivo è molto importante. La comunità è stata per me un arricchimento a 360 gradi sia sotto il profilo professionale che quello umano.