"...Per me è stato un duro e lungo percorso, ma la cosa che si capisce solo dopo è che il cambiamento è una porta che si apre solo dall’interno..."
Mi chiamo Elisa, ho 24 anni e sono un’ex ginnasta.
Ho praticato ginnastica ritmica a livello agonistico per più di 8 anni e forse la mia storia con i Disturbi Alimentari è iniziata proprio da lì, ma non escluderei un piccolo germe già presente.
In me c’è sempre stata l’idea di dover dare sempre il massimo, per paura di deludere le persone. Ho sempre cercato di essere la figlia perfetta, la ginnasta più forte, la studentessa modello. Mi è sempre piaciuto studiare; anche adesso all’Università è davvero una cosa che adoro e che mi dà tanti stimoli.
Non mi piace studiare per l’esame o per la verifica (non è mai stato così); dentro di me c’è da sempre la voglia di scoprire e imparare cose nuove.
Ma non nego che sia anche presente un’aspettativa nei miei confronti a volte troppo elevata; quello che però ho capito solo da poco è che in realtà quest’aspettativa non mi è mai stata imposta da qualcuno, ma sono IO a crearmela e a pretendere sempre il massimo da me stessa!
Infatti, si dice: “siamo noi i peggiori giudici di noi stessi”.
Ma è un aspetto di me su cui sto lavorando e pian piano sto imparando a concedermi di non essere sempre al top; di capire i miei limiti, accettare le mie debolezze e non aver paura dei miei momenti di fragilità.
Ho intrapreso un percorso universitario che all’inizio sembrava essere una scelta parecchio discutibile, che ha fatto sorgere non pochi dubbi nelle persone che mi stanno accanto e che mi conoscono. Io ho sofferto di anoressia nervosa per molti anni: da quando ne avevo 17 fino a 23.
Quindi, scegliere un percorso universitario come quello di Dietistica è stata una scelta che ha spiazzato e preoccupato un po’ tutti. In realtà, io sapevo che sarebbe stata la scelta giusta perché avrebbe aiutato innanzitutto me e poi mi avrebbe permesso di aiutare altre persone.
Già da quando ero ricoverata, mi sono resa conto che dovevo riuscire a stare meglio perché solo così avrei potuto aiutare altre ragazze in difficoltà, che stavano passando quello che stavo passando io; avrei saputo come consigliarle, magari dire loro la parola giusta!
Pensavo che avrei potuto dar loro il coraggio, perché alla fine non è tutto impossibile. Se trovi la motivazione vera, forte, il tuo grande obiettivo, alla fine capisci che vale di più lottare per quella cosa piuttosto che pesare 30 kg, non reggerti in piedi e continuare a digiunare.
Quello passa in secondo piano perché si ha una motivazione, una spinta che ti fa dire: “NO, BASTA! Devo cercare di stare bene, di guarire e poi tutto andrà sempre meglio”.
La motivazione che mi ha fatto scegliere questo percorso universitario è stata proprio quella di condividere la mia esperienza, aiutando altre persone; sia coloro che sono nella malattia ma anche e soprattutto a livello di prevenzione.
Spesso si trovano notizie false su queste problematiche, falsi miti, poca conoscenza e cattiva informazione di persone che in realtà parlano senza sapere nulla.
Tutto ciò è molto pericoloso soprattutto per le persone più sensibili, che credono a queste cose e si lasciano influenzare facilmente da quello che gli viene detto o che leggono in rete; cadere in questa trappola è molto facile, ma uscirne poi non lo è. Ritengo che sia quindi molto importante anche il “prima”: la prevenzione per evitare queste malattie. L’esperienza del Disturbo Alimentare ti cambia come persona, ti fa vivere molte esperienze diverse, ti fa crescere, ti fa maturare e ti fa capire tantissime cose.
Parlando con un mio professore, è emerso che il fatto di esserci passati può creare un’empatia maggiore coi pazienti; c’è maggior comprensione e si riesce ad aiutare al meglio il paziente. Perché non tutti riescono a capire quale sofferenza e malessere ci sia in una persona che si ammala di DCA.
Io vorrei fare proprio questo: dare coraggio a coloro che cadono in queste maledette malattie e aiutarli ad uscirne. Perché tutto è possibile ma ci vuole tempo, tanto lavoro e tanta forza di volontà.
Per me è stato un duro e lungo percorso, ma la cosa che si capisce solo dopo è che il cambiamento è una porta che si apre solo dall’interno.
Per anni ci sono state persone che hanno cercato di forzare la serratura di questa porta; ma fino a quando non ho voluto aprirla io, questa porta è rimasta chiusa. Le persone che ti amano sono sempre al tuo fianco e da fuori ti spronano: “noi ci siamo”; “dai, ce la puoi fare!”.
Ma solo se sei TU ad aprire la porta, avviene il cambiamento.
Questo l’ho vissuto sulla mia pelle, perché i primi anni sono stati un susseguirsi di ricoveri imposti da altri o lunghe degenze, comunità terapeutiche ed anche un TSO (trattamento sanitario obbligatorio); ma è stato solo quando io ho deciso che era il momento di reagire e di cambiare, che la porta si è aperta. Non servono a nulla le imposizioni, è una spinta che è partita da me.
Quando ero nel pieno della malattia, non sentivo più nulla: emozioni zero.
Non sapevo più cosa fossero la felicità, la tristezza, il dolore ….
Avevo solo le mie idee ossessive: quanto mi dovevo muovere, quanto poco dovevo mangiare, quante calorie, quanti passi.
Vivevo solo con le mie fissazioni, e il mio peso che doveva scendere sempre di piNon avevo più nemmeno i sogni: mi svegliavo la mattina e il mio sogno era mangiare meno del giorno prima, muovermi di più, vedere quel numero sulla bilancia sempre più basso.
Sono stati anni buttati perché, pensandoci, quello che ho ottenuto negli anni della malattia è stato praticamente NIENTE.
Alla fine, mi sono stufata e mi sono detta:
“Deve essere per sempre così la mia vita? Il Nulla? Le calorie, il branzino scondito, i due ceci nel piatto?!”
E allora mi è tornata la voglia di prendermi le mie belle soddisfazioni, come era stato in passato sia con la scuola sia con la ginnastica.
L’Università mi ha dato davvero una grande spinta, perché mi appassiona studiare, approfondire, fare domande ai professori.
Ma soprattutto c’è la voglia di vivere a pieno questa esperienza e recuperare gli anni persi, conoscere nuove persone, uscire la sera con i compagni di corso… Nel periodo dell’anoressia, esisteva solo la malattia: a casa era un continuo litigare per quello che dovevo mangiare, quello che dovevo fare o non fare, … ed io in lotta con il mondo intero, che non mi capiva e non mi voleva lasciare in pace. Anche durante i vari ricoveri, quando avevo le visite dei famigliari nel weekend, gli unici argomenti di cui parlavo erano il peso e le calorie che mi davano da mangiare, le litigate con la dietista e l’immancabile frase: “Non ce la faccio più! Nessuno mi capisce!”
Adesso questi argomenti non si trattano proprio più, e a casa si è tornato come un tempo a parlare di altro: l’ultimo libro di D.C., la nuova canzone di T.F., dove andare in vacanza, la gita di Ferragosto, il compleanno di M., la festa di laurea, …Anche riguardo alle amicizie, la situazione non era facile nel periodo della malattia: era molto raro che uscissi con qualcuno, li allontanavo, non davo loro la possibilità di entrare nella mia “bolla” e di provare ad aiutarmi.
I miei amici più stretti sono rimasti sempre accanto a me in maniera discreta, non troppo invadente; però mi dicevano sempre che se avessi avuto bisogno, loro ci sarebbero stati. Quando parlavo con loro, non nascondevano la preoccupazione e a loro modo cercavano di farmi reagire per provare a salvare l’Elisa che avevano conosciuto prima della malattia.
Mia mamma me l’ha sempre detto: “i veri amici si contano sulle dita di una mano” ed io me ne sono davvero resa conto.
Rispetto a questa malattia, molta gente si sente libera di giudicare e di fare commenti (spesso inappropriati); anche quando camminavo per strada, mi sentivo sempre addosso gli occhi delle persone. Persone che spesso giudicano non solo chi ne soffre, ma anche i genitori.
Fanno in fretta a dire: ”Ma sì, cosa ci vuole! Mangiati un piattino di pasta in più, metti su qualche chiletto”, come se fosse solo un capriccio, solo una moda.
In realtà, i DCA sono un problema molto più grande di quello che si crede e spesso c’è poca conoscenza e troppa mal informazione. Il problema è prima di tutto nella testa e poi si ripercuote sul cibo, sul corpo, sul peso e su tutto il resto.
Io sono convinta che si può guarire dall’anoressia, ma ci vuole coraggio. Sì, proprio il coraggio di vedere cosa c’è oltre.
A me l’hanno sempre detto: “Tu ti areni sempre senza neanche provarci, ma non hai mai visto cosa c’è un passo più in là?! Non è detto che sia bruttissimo stare un po’ meglio! Tu provaci.
Al massimo, se vuoi tornare indietro, ne sei capace e lo hai sempre dimostrato in questi anni.
Quindi tu prova e vedi un po’ come va. A tornare indietro sei sempre in tempo”. Alla fine, sono stata contenta di averci provato perché è solo quando piano piano ho iniziato a stare meglio che mi sono resa conto di quanto sono stata male prima.
E all’improvviso ho realizzato anche quanto abbiano sofferto le persone intorno a me, la mia famiglia, i miei affetti, per colpa di una malattia che mi sono tenuta stretta per anni e che continuavo a non voler mollare. Adesso sono ritornata quella di una volta; anzi, mi correggo… dopo il Disturbo Alimentare non si torna mai quelli di prima: vi è un arricchimento, si diventa una persona nuova, diversa.
Da questa malattia io ne sono uscita più forte. Ho imparato ad essere più positiva e a credere un po’ più in me stessa; ho affrontato una dura battaglia, e vincerla non era affatto scontato.
Ora non guardo più il grammo in più o il grammo in meno, se le cosce non sono di quella determinata circonferenza o se prendo l’ascensore invece delle scale.
Sto bene e ho una vita normale che mi dà la possibilità di fare tante nuove esperienze, che mi riempie la giornata di cose positive e mi dà la voglia di andare avanti.
Tutto il resto è passato in secondo piano. Ai ragazzi che stanno vivendo la malattia direi:“Non ti prometto che sarà una strada in discesa, perché non è così. È una strada tortuosa, sarà difficile; ci saranno momenti in cui prenderai una buca e cadrai, però imparerai ad avere il coraggio e la forza di riprovarci.
Ma non sarai solo; avrai al tuo fianco altre persone che ti daranno una mano a rialzarti.
La famiglia, gli amici, i tuoi terapeuti.
E alla fine vedrai che in fondo alla strada ci arrivi”. Io continuerei a dire loro la frase della porta; quando il mio professore l’ha detta a me qualche settimana fa, mi ha aperto gli occhi perché ho realizzato che è assolutamente così!
E solo chi ci passa e prova su di sé questa sofferenza capisce il significato della metafora.
Ci vuole coraggio, ma ce la si può fare e non fa poi così paura.