Fondazione Ananke

"...Ti identifichi in lei, Sara è quella che se esce non deve mangiare la pizza, che deve contare le calorie,
Sara deve avere quel peso. A me faceva quasi paura distaccarmi dalla malattia, farmi vedere per quello che ero realmente..."

Sono Sara ho quasi 24 anni, vengo da Roma e ho sofferto di anoressia nervosa.

L’esordio della malattia l’ho avuto all’età di 9 anni, alla fine della 4^ elementare. È iniziato banalmente dopo un episodio di placche in gola, durante il quale non riuscivo a ingerire nulla ed ero dimagrita molto. Da quel momento riprendere ad alimentarmi normalmente è diventato sempre più difficile.

Secondo me però questo malessere esisteva già da prima, ero una bambina molto timida, quasi non parlavo perché mi vergognavo a stare in mezzo agli altri. A scuola ero una perfezionista, cercavo sempre di prendere il massimo dei voti, passavo intere giornate a studiare cosa che in 4^ elementare denota che qualcosa e non va.

Mia madre mi diceva di studiare di meno, di fare altre cose, di uscire con gli amici, di andare al parco perché a quell’età si fanno queste cose. Invece io spendevo tutte le mie energie nella scuola e nello studio, a casa non ho mai dato problemi sono sempre stata la “bambina perfetta”.

I miei genitori si sono separati quando avevo 5 anni, io ricordo poco, ma mi è stato riferito che da quando è successa questa cosa io ho cambiato completamente il carattere, prima ero una bambina solare, sempre sorridente che parlava con tutti, poi mi sono chiusa in me stessa e ho instaurato con mia madre un rapporto morboso. Non riuscivo a staccarmi da lei, trascorrevo la settimana con mia madre e mio fratello mentre i fine settimana avevano deciso che li avrei passati con mio padre. Io non ci volevo andare perché avevo quasi paura di staccarmi da mamma che era il mio porto sicuro. Questa cosa ha influito molto sulla malattia e l’ho superata solo ultimamente.

Dopo l’episodio delle placche ero diventata molto fredda, sembrava che non provassi più emozioni, in realtà tenevo tutto dentro, praticamente “avevo chiuso la bocca in tutti i sensi”, non parlavo, non mangiavo e non bevevo, la mia bocca si era chiusa completamente.

Poi la situazione si è aggravata e mia madre ha deciso di ricoverarmi al Bambin Gesù di Roma nel reparto di neuropsichiatria infantile dove sono stata per tre mesi. In quel periodo stavo così male che i ricordi credo di averli rimossi, all’inizio mi operarono e mi alimentavano tramite catetere, purtroppo me lo fecero tenere per un tempo maggiore del dovuto ed ebbi la setticemia.
È stato un periodo allucinante di semi-coma, ricordo che anche per andare in bagno dovevo chiedere alla mia compagna di stanza di chiamare l’infermiera. Mi levarono il catetere e misero il sondino che, all’epoca al Bambin Gesù era il secondo sondino che mettevano perché il mio disturbo ancora non si conosceva. Nel reparto ero l’unica bambina che soffriva di un disturbo alimentare per cui mi sono sempre sentita strana e mi vergognavo tantissimo, ero convinta che di questa cosa non si dovesse parlare. Infatti alle mie amichette non avevo detto nulla, si sapeva che Sara era in ospedale ma non se ne conosceva il motivo.

Temevo tantissimo il giudizio degli altri, avevo già una dispercezione corporea, mi vedevo troppo grossa, troppo ingombrante e di questo mio disagio ne erano a conoscenza solo i medici e mia madre. Non volevo assolutamente che neppure mio fratello, mio padre e i miei familiari venissero a conoscenza di questa cosa.

Ricordo con estremo affetto il reparto del Bambin Gesù perché avevo stretto dei legami molto forti con gli infermieri e con le ragazze e quando iniziai a stare meglio lo consideravo un po’ la mia casa ed essere stata dimessa dopo tre mesi per me era stato devastante, tanto che una volta uscita mia madre mi doveva riportare almeno un’oretta al giorno in reparto per rassicurarmi.

Dopo le dimissioni stavo molto meglio, dovevo finire la scuola, e anche durante il ricovero veniva un’insegnate in ospedale per farmi lezione per cui non ho perso l’anno scolastico. Il passaggio alle scuole medie è stato abbastanza tosto perché dopo un anno e mezzo che non frequentavo la scuola trovarsi in mezzo a tante persone nuove non è stato semplice. Nonostante tutto durante il periodo della scuola media e dei primi due anni di liceo il disturbo alimentare non mi ha dato particolari problemi.

In terza liceo ho avuto una ricaduta di tipo diverso, avevo iniziato a selezionare gli alimenti, mangiavo solo verdure e, considerato che in quel periodo frequentavo tutti i pomeriggi una scuola di danza e la mattina andavo a scuola, avevo una vita piuttosto attiva e zero energie. 

Sono dovute intervenire mia madre e la mia insegnante di danza dicendomi “tu in sala di danza non entri più perché non ti puoi sostenere così e finchè non stai meglio non ti posso far entrare”. A quel punto sono stata di nuovo ricoverata all’Umberto I di Roma in un reparto DCA e qui ho conosciuto altre persone che soffrivano del mio stesso disturbo, e, cosa mai accaduta, per la prima volta ho potuto condividere le mie difficoltà con altre persone. Ho seguito tutte le lezioni della IV liceo dall’ospedale, sono stata dimessa ma tra la IV^ e la V^ sono stata nuovamente ricoverata all’Umberto I.

Nonostante la mia situazione fosse grave, non ho mai avuto paura per la mia salute perché in quel periodo non mi rendevo conto del problema, ero convinta che gli altri esagerassero, nella mia testa ero convinta che Sara non avesse bisogno di mangiare per vivere, il cibo era quel “ di più” di cui Sara non aveva bisogno. Era la malattia che mi costringeva a non mangiare ma io non ne ero consapevole.

Ricordo un episodio di quando ero ricoverata al Bambin Gesù, un giorno mi guardai allo specchio e mi spaventai, non mi riconoscevo. Il mio rapporto con lo specchio è di amore e odio, ora sto intraprendendo un percorso di danza di tipo professionale, mi sto trasferendo a Milano per inseguire il mio sogno; in questo mestiere lo specchio è un obbligo perciò il mio rapporto con lui sta iniziando ad essere un po’ più sereno, ho imparato a sorridermi e mi aiuta tantissimo, mi dà modo di guardarmi in maniera diversa, guardo il viso e non solo il corpo, mi dà la possibilità di guardare Sara.

Lo scorso febbraio ho avuto un altro periodo molto difficile e il motivo principale era proprio lo specchio perché quando entravo in sala di danza dovevo sempre confrontarmi con esso e con le mie compagne, e con abiti aderenti, lì non c’era modo di sfuggire all’immagine corporea ma io soffrivo di dispercezione. In quel momento l’unico modo per uscirne è stato affidarmi alle persone che mi volevano bene ed anche parlare a me stessa ad alta voce, rassicurarmi e raccontare a me stessa le emozioni che provavo. 
Penso che uno dei motivi principali per cui mi sono rifugiata nel disturbo alimentare è perché mi faceva paura provare certe emozioni, sentire certe cose proprio a livello corporeo.

Quando inizi a dimagrire tanto e a non mangiare, il corpo in un certo senso si anestetizza e le emozioni non le senti più. In quest’ultimo periodo sono felice perché sto provando talmente tante emozioni che le percepisco a livello fisico, talvolta sono così forti che mi fanno star male, mi viene la nausea, il mal di testa. Probabilmente perchè prima non provavo nulla, non ero abituata. Tutte quelle cose come l’amicizia, l’amore, il gusto, un abbraccio mi scuotono e a volte inizio a piangere e questo è un modo per esternare finalmente le mie emozioni.

Ho anche capito che nel momento in cui mi fossilizzo su Sara a livello corporeo, quindi mi vedo grassa, lo faccio unicamente per non affrontare quelle emozioni che a livello psichico mi fanno stare male e mi spaventano un po’.

Ultimamente sto provando un’esplosione di emozioni, provo sensazioni differenti e contrastanti che prima temevo di provare e che adesso, così forti e tutte insieme mi sconvolgono.

Solo ora mi rendo conto che provare emozioni equivale a vivere, mi sento viva e sono felice come non lo sono mai stata. Sono anche contenta di piangere per un’emozione, che sia per l’amore verso una persona, per l’ansia o per la paura, piuttosto che piangere perché il peso è salito di cento grammi.

L’emozione di un abbraccio è bellissima. Io se abbraccio qualcuno lo abbraccio veramente, capisco quando un abbraccio è sincero e quando è di circostanza. Devo dire che sono fortunata perché ricevo abbracci molto sinceri nella mia vita, e in questo periodo mi sento circondata da persone che mi vogliono bene, mi amano e sono consapevole che questo accade perché è uscita la vera Sara. 

La Sara che vuole vivere, che ama stare con gli altri, la Sara che prova emozioni e che le sa esternare e non la Sara che si chiude, che ha paura di tutto, di stare in mezzo alla gente, che pensa sempre al peso, al corpo e a quelle cose che alla fine non servono a nulla.

Convivo da tre anni con altre coinquiline e da circa un anno ogni mattina identifico l’emozione che provo, mi alzo, la condivido con loro e spesso loro mi prendono in giro scherzosamente. Prima non lo facevo ma questa cosa mi sta aiutando tanto. Ora so scindere Sara dalla malattia mentre prima eravamo un’unica cosa. Ho sempre pensato che la malattia mi rendesse speciale, è una cosa che capita a molte persone che soffrono di DCA.

 Ti identifichi in lei, Sara è quella che se esce non deve mangiare la pizza, che deve contare le calorie, Sara deve avere quel peso. A me faceva quasi paura distaccarmi dalla malattia, farmi vedere per quello che ero realmente.

Ho imparato a non basarmi sulla bellezza esteriore, per me la bellezza è l’interscambio di energia tra persone, io penso di vivere grazie dell’energia degli altri e nel contempo vengo prosciugata dalla loro energia negativa e questa cosa la sento proprio a livello fisico.

L’arte nel mio cammino è stata tutto, ho iniziato dei corsi di recitazione subito dopo il primo ricovero, e da quel momento non mi sono mai staccata dal mondo dell’arte in generale. Ho fatto sette anni di recitazione, musical e danza fino a quando ho capito che la danza era la cosa che mi apparteneva maggiormente. Quest’ultima mi ha aiutato molto a riconoscere le emozioni e a stare a contatto con esse perché c’è molta emotività nella danza, si esprime l’emozione attraverso il corpo, prima lo facevo in maniera negativa ma ora è diverso. Anche quando sono stata ricoverata un anno e mezzo a Villa Miralago non ho mai abbandonato la danza, a parte le attività di gruppo che facevamo come movimento creativo in danza terapia, avevo chiesto due volte a settimana di avere una sala per danzare e me l’hanno concesso perché questa cosa mi faceva stare bene.

Questa malattia mi ha insegnato che bisogna sempre pensare che dall’altra parte c’è una persona con un mondo dentro e nessuno sa quante difficoltà deve attraversare quella persona.

Penso che oltre a chi soffre di disturbi alimentari, tutti abbiano delle difficoltà nella vita e non mi sento diversa per il fatto di avere questo problema. Tutti affrontano i loro problemi e bisogna sempre avere un estremo rispetto e delicatezza verso le altre persone. Non credo che si possa guarire del tutto da questa malattia, penso che questa sia una difficoltà che si porta avanti per la vita, devi solo imparare a conviverci e fare in modo che non ti impedisca di vivere, di inseguire i tuoi sogni e di affrontare le paure.

Quando si soffre di un disturbo alimentare è necessario chiedere aiuto perché credo che da soli non ce la si possa fare. I genitori sono quelle figure talmente coinvolte nella situazione che non sarebbero mai in grado di aiutarti, nonostante i miei genitori mi siano stati sempre vicini e siano stati sempre la mia ancora si salvezza. Ai mei genitori vorrei dire grazie perché hanno vissuto dei periodi assurdi in questi 13 anni di alti e bassi, mi sento molto fortunata ad avere loro come punto di riferimento.

Ho portato con me le scarpette da danza perché rappresentano il mio sogno e perché la danza mi ha sempre fornito la motivazione per star bene e curare il mio corpo. Spesso c’è lo stereotipo della ballerina che tende alla magrezza, che non si cura del suo corpo, in realtà la danza ti insegna a prendertene cura, ti insegna che il corpo è il tuo strumento di lavoro e va curato con amore. La danza mi ha motivata a guarire, il mio obiettivo era quello e dicevo “Sara se tu vuoi fare danza il tuo corpo deve star bene, devi sentire le tue emozioni”.