“allora questa malattia mi serve per avere il suo amore”.
Sono Tatiana ho 19 anni. Penso che la mia malattia sia iniziata 13 anni fa quando è nata mia sorella con la sindrome di Down.
In quel momento ho iniziato a capire cos’era la vita anche se avevo solo 7 anni e ho cominciato a soffrire. Questa cosa me la sono sempre tenuta dentro, non ho mai mostrato di soffrire, di essere preoccupata per mia sorella, e neppure il disagio che spesso provavo accanto a lei.
Non ne ho mai parlato coi miei genitori perché non volevo creare loro altri problemi. Mi sentivo terribilmente in colpa, perché non accettare una sorella è una cosa bruttissima. Questo peso me lo sono portato dentro fino a due settimane fa quando ho avuto il coraggio di parlarne durante un colloquio familiare: è stato difficilissimo, ma per la prima volta ho manifestato ai miei genitori questa mia grande difficoltà.
Sono a Villa Miralago da 3 mesi e mezzo, prima di arrivare qui sono stata in altre comunità terapeutiche ma ogni volta sono sempre ricaduta nella malattia. Sembrava sempre che le cose andassero meglio invece poi ripiombavo in questo incubo.
Circa 5 anni fa ho iniziato ad avere un rapporto un po’ strano col cibo, non ancora patologico, mangiavo semplicemente un po’ di più. Soprattutto dopo la separazione dei miei genitori, che attualmente sono divorziati. Mangiavo in modo sregolato, disattento, sono aumentata di 5/6 chili durante l’estate, ma ero comunque normopeso. A settembre mi sono guardata allo specchio e ho pensato “devo cambiare, perché così non va”, vivevo male questa situazione, così ho cominciato una dieta; più che di dieta parlerei di un’alimentazione più sana. Una cosa tranquilla, il sabato sera uscivo a cena con gli amici, volevo semplicemente smaltire i chili che avevo preso.
Poi però mi sono resa conto che avevo una grande tristezza dentro, un vuoto che non sapevo come colmare. Durante la separazione dei miei genitori avevo sofferto molto, la loro non è stata una separazione consensuale, mio padre non voleva dividersi da mia madre. Mi ha usata per fare da tramite con lei, mi chiedeva di intercedere per evitare la separazione. Nel momento in cui mia madre ha preso la decisione definitiva mi sono sentita responsabile all’ennesima potenza perché avevo fallito.
Si sono separati il 24 giugno ed io ho iniziato a star male. Cercavo di convincermi che questa fosse la scelta più giusta, perché a casa c’era un clima sempre più teso, da anni ormai c’erano solo nervosismo e litigi. Già dall’anno precedente a casa non si parlava più, era calata l’indifferenza totale tra i miei genitori. Per assurdo i preferivo i litigi perché almeno ci sarebbe stato dialogo, invece regnava il silenzio.
Io giocavo a pallavolo e cercavo di andare agli allenamenti dalle 19 alle 22 in modo da non essere presente durante la cena, per non trovarmi a tavola con loro in un’atmosfera tesa e colma di odio che mi angosciava.
Il rifiuto del cibo per me è stato graduale, dopo quel primo periodo in cui avevo deciso di mangiare sano sono andata alla ricerca di una dieta fai da te. Avevo 15 anni e mezzo, facevo l’animatrice in un centro estivo per bambini, seguivo scrupolosamente questa dieta che prevedeva anche dei giorni di digiuno. Le prime volte che digiunavo mi sentivo veramente fortissima, pensavo: “ho una forza di volontà tale che riesco a non mangiare per un giorno intero”. Ero proprio fiera di me e mi sentivo felice. Non mi rendevo conto che stavo commettendo un grosso sbaglio, che mi ha avrebbe condotta a soffrire tantissimo.
Sono cominciati i primi NO alle cene e ai pranzi fuori con gli amici e ho iniziato a chiudermi in me stessa. Un giorno in cui credevo di essere sola nella nuova casa, sdraiata sul mio letto, ho iniziato a piangere tanto, fiumi di lacrime. A casa però c’era mia madre che sentendo questo pianto disperato è venuta a cercarmi per chiedermi cos’era accaduto. Per la prima volta ho avuto il coraggio di dirle che non ce la facevo più, che ero stremata, che non mi piacevo esternamente ed interiormente, che ero brutta, antipatica, inutile, una fallita.
Mi sono sfogata con lei, finalmente riuscivo a tirar fuori questo disagio interiore.
In quel momento la situazione non era così grave da dover chiedere aiuto.
Tutto è precipitato dopo un episodio ben preciso durante le feste di Natale del 2018. Eravamo a casa di amici a giocare a carte, come spesso accade durante le feste, da mesi ormai seguivo quella dieta rigida e avevo perso peso. Davanti ai dolci natalizi ho pensato “oddio che meraviglia questi dolci” e ne ho mangiato una quantità spropositata; a casa ho vomitato tutto e quella è stata la prima volta che ho vomitato.
Da lì è iniziato il vero tracollo, ho preso l’abitudine di mangiare solo verdura. Andavo in palestra, facevo teatro, a scuola studiavo tantissimo e a casa non ci stavo quasi mai. Mia madre mi preparava i pasti e io li buttavo, la colazione solitamente la facevo da sola quindi restringevo ogni giorno di più fino a non mangiare più niente, il tutto di nascosto da mia madre. Lei spesso mi invitava a mangiare di più perché stavo dimagrendo, ma non si è mai resa conto fino in fondo della situazione.
Il 21 febbraio, giorno del mio compleanno, avevo organizzato un festeggiamento in pizzeria con le amiche, e mia madre era molto contenta perché almeno avrei mangiato qualcosa. Avevo saltato il pranzo ed ero andata in palestra, proprio perché sapevo che la sera avevo questa cena. Poi però mi sono sentita molto in colpa per aver mangiato quella pizza. Dopo la festa del mio compleanno un’amica mi ha dato un biglietto da visita di un centro per disturbi alimentari, e io le ho detto “guarda Martina che a me non serve”. Non avevo mai pensato ai disturbi alimentari, la mia condizione per me era decisamente normale.
Andavo in palestra tutti i giorni, anche la domenica, non andavo più a mangiare dai miei nonni. Era diventata una vita insostenibile, pensavo solo al cibo, al peso, a contare ogni singola caloria. Di ogni cosa che ingerivo, e tutt’ora lo faccio, dovevo sapere precisamente l’apporto calorico, ero molto scrupolosa. Sono passati altri due mesi e stavo malissimo, concentravo tutte le mie energie sullo studio e il rendimento era ottimo, ma non avevo più nemmeno le forze per salire le scale.
A scuola i miei compagni e i professori si erano accorti di questa difficoltà, non i miei genitori, che continuavano ad accompagnarmi in palestra. Finché mi sono decisa a consegnare a mia madre il biglietto che mi aveva dato Martina, dicendole “mamma, io non ce la faccio più a vivere”.
Lei ha contattato una psicologa alla quale però raccontavo solo quello che mi faceva comodo, in genere cavolate; alla fine questa dottoressa mi ha consigliato un centro per la cura dei disturbi alimentari dove mi è stata diagnosticata l’anoressia nervosa.
Ho Intrapreso un percorso ma facevo di testa mia tanto che, a ottobre, mi hanno ricoverata 3 mesi in Neuropsichiatria infantile, perché il mio peso era decisamente troppo basso. Mia madre doveva rimanere con me 24 ore al giorno perché ero minorenne. Ha dovuto lasciare anche il lavoro in quel periodo.
Crisi continue, pianti, ad ogni crisi mi facevano una flebo. Io mi vedevo enorme e anche adesso non voglio prendere peso perché credo non sia necessario, anzi così come sono ora mi sembra già troppo. Vedo il cibo solo come una cosa che fa ingrassare, non riesco a vederlo come una fonte di vita. Vorrei convincermi che la bellezza non risiede nell’esteriorità, ma faccio molta fatica.
Durante la malattia mi sono sentita sola, ma soprattutto incompresa dai miei genitori che non l’accettavano, come del resto non l’accettavo io. Nell’ultimo anno hanno iniziato un po’ a capire che forse non stavo bene. Dopo il centro diurno e il ricovero in psichiatria, sono stata per un anno in una struttura a Bologna. Ho scelto l’anoressia come compagna di viaggio, mi lascio controllare la lei.
Nonostante sappia quanto mi toglie, sono terribilmente attratta da lei perché mi fa sentire più sicura, mi solleva da tante responsabilità che non voglio assumere.
Razionalmente so che è sbagliato, ma non voglio staccarmi da lei.
Io sono sempre stata una persona molto ambiziosa, testarda, determinata e molto estroversa. Con queste caratteristiche ho alimentato la mia malattia che, mi dà la sensazione di stare bene.
Da quando sto male non provo più alcun sentimento, non mi sento nemmeno attratta dai ragazzi, sono negativa anche nei confronti della mia famiglia. Soprattutto verso mio padre che è stato completamente assente; si è legato un po’ a me quando mi sono ammalata. Il mio disturbo mi ha aiutata ad avere quello che non avevo. L’esempio che conferma la veridicità della mia affermazione sta nel fatto che, al mio rientro dal ricovero nella precedente comunità, nuovamente normopeso, mio padre, convinto che io stessi bene, ha iniziato ad allentare i nostri rapporti, ha smesso di chiamarmi tutte le sere per chiedere come stavo, per poi ricominciare nel momento in cui ho avuto una ricaduta. Questa cosa mi ha terribilmente spaventata, ho pensato “allora questa malattia mi serve per avere il suo amore”.
Io mi chiedo continuamente “perché a me?”. Non riesco più a guardare avanti, ci vuole una forza incredibile per contrastare quello che 24 ore su 24 la tua mente malata di dice di fare.
Qui in comunità, grazie alla certezza di avere giorno e notte qualcuno a cui aggrapparmi nei momenti di difficoltà, riesco a consumare quattro pasti al giorno. Mentre, in occasione di un secondo ricovero in psichiatria sono stata nutrita col sondino.
Mi piacerebbe svegliarmi e scoprire che tutto questo è stato solo un terribile incubo, invece la mattina mi sveglio con la consapevolezza che sto sprecando i miei anni migliori e che ho ancora bisogno di questo sintomo per avere controllo su di me.Ho portato qui il mio diario dove la sera scrivo i miei pensieri, le mie sensazioni, ciò che mi ha fatto stare male e le poche volte in cui sono stata un po’ meno male. Faccio il resoconto della giornata e mi rendo conto che ogni giorno c’è qualcosa che mi fa soffrire.