"In quel periodo è come se tra te e il modo ci fosse un velo, una plastica davanti da cui tu non riesci ad uscire."
Mi chiamo Maria Luisa, ho 37 anni. Ho sofferto di anoressia per 13 anni, da quando avevo circa 22/23 anni fino a quando circa un anno e mezzo fa ero arrivata a pesare 36 chili e ho deciso di iniziare questo percorso a Villa Miralago.
A 19 anni, mi ero trasferita a Roma per gli studi universitari e il primo anno è passato in modo abbastanza tranquillo ma a 21 anni il disturbo alimentare si è manifestato in maniera esplicita e questo mi fa pensare che qualcosa c’era già dentro di me qualcosa.
Io non ho mai dato molta importanza al fisico, poi all’università questa cosa piano piano è emersa, forse perché facevo fatica con l’Università anche se i risultati dei primi tre anni sono stati eccellenti.
Probabilmente mi sono nascosta dietro una maschera quando affermavo che del fisico non m’importava nulla, in realtà soffrivo della differenza con le mie compagne di classe già al Liceo e mi sentivo messa da parte.
Non ho subito un bullismo fisico, però quei sorrisini e le battutine mi facevano male.
Forse un po’ di bullismo psicologico l’ho subito da mio fratello, perché quando ho iniziato a soffrire di anoressia si è rotto tutto l’equilibrio familiare. A casa la malattia non veniva mai nominata, anche ora se dico a mia madre “hai avuto una figlia anoressica” cala il gelo.
Verso queste malattie c’è un pregiudizio pesantissimo, ti porti un marchio a vita.
L’unica persona che mi è stata di grande aiuto è stata mia sorella più piccola, lei è stata la prima a capire tutto.
L’unica cosa che posso dirti è che la sola cosa che mi ha salvata è che non ci sono entrata pienamente di testa; una parte di me ha detto “ferma, c’è qualcosa che non va”.
Avevo iniziato a dirlo anche a mia madre che c’era qualcosa che non andava perché non riuscivo a capire, ma lei rispondeva di non preoccuparmi che era solo una dieta.
Ma io le dicevo “ no mamma, è qualcosa che va oltre” ma non ho avuto risposte e questa cosa me la sono dovuta gestire per conto mio. Ho passato 13 anni di anoressia da sola, di distruzione totale. Distruzione anche dal punto di vista psicologico, perché non è una malattia che ti prende solo il corpo, ti parte dalla testa. Non saprei dirti quale è stata la causa perché ce ne saranno diecimila.
Io rifiutavo il cibo, non me lo potevo concedere, avevo un controllo assoluto su tutto. Se assaggiavo qualcosa di diverso da quelle cose che mangiavo abitualmente era come se in qualche modo dovessi punirmi.
L’unica cosa che non ho mai fatto è vomitare perché proprio non riuscivo, forse è una cosa mi è rimata da quando ero bambina in seguito ad una gastroenterite che mi aveva devastato.
Sì, ci ho provato un paio di volte a mettermi due dita in gola m non ce l’ho fatta, quindi l’unica soluzione per me era la palestra, l’attività fisica e il rifiuto del cibo.
L’apice della malattia è arrivato verso il 2008, quando iniziai a perdere tanto peso. Io pesavo circa 57 chili … mi vedevo bella? Non mi vedevo bella? Si… no… non lo so.
Durante la malattia, nei momenti di poca lucidità non mi riconoscevo più, in altri momenti mi guardavo e pensavo “ma cosa sto facendo”.
Erano veramente pochi i momenti di lucidità, per il resto per me era diventata una cosa normale, per me era giusto, mi ero incaponita su quella cosa. Poi ci sono tante cose che si vanno a sommare, il fatto che hai un rapporto con una persona e alla fine si rompe, il fatto di non essere compresa dalla tua famiglia, la chiusura, il fatto di non voler vedere il problema.
Io mi sono sempre sentita inadeguata, non mi sentivo mai altezza in qualunque situazione.
Il controllo totale che hai in questa malattia di rafforza, perché ti crei una condizione di chiusura, una sorta di muro intorno che ti fa sentire forte, pensi di avere il controllo dell’incontrollabile.
Il problema è che arrivi ad un punto in cui non controlli più niente perché lei si impossessa di te, e diventi tutt’uno con la malattia.
Le relazioni con l’esterno svaniscono, ti fabbrichi attorno una sorta di gabbia che non riesci ad aprire, anzi non la vuoi aprire, perché in fondo dipende solo da te e tu non lo vuoi.
Ti metti in una condizione di chiusura totale col mondo, con gli altri, con la famiglia specialmente con mio padre. L’unica persona a cui mi sono aggrappata e stata mia sorella, con mia madre ho tentato ma lei è stata la persona che ha “sopportato tanto”, le ho fatto passare le pene dell’inferno.
Io non vedevo la situazione di difficoltà, di disagio delle persone che mi stavano attorno, o forse la vedevo ma non riuscivo proprio a fare nulla. Solo ora mi rendo conto di quanto li ho fatti soffrire, ma quando ero nella malattia, vivevo solo la mia malattia e non riuscivo ad andare oltre. E questo è anche il motivo per cui ho lasciato l’Università.
Io volevo sparire, IOnonESISTO calza a pennello perché è così. Il problema è che poi inizi a sparire veramente fisicamente e di testa, di tutto, “non esisti più”. Vieni guardata dagli altri come una persona a cui fare attenzione, sentirti dire “io non ti tocco perché ho paura di farti male” fa pensare.
In quel momento però tu non capisci, perché la tua testa pensa a tutt’altro. Tu pensi che la sera tu puoi mangiare questo e non puoi mangiare quell’altro, quante calorie, quanta palestra fai. Magari pranzi perché sai che il giorno dopo vai in palestra e ti distruggi.
Ero diventata bradicardica, e una sera sono arrivata davvero a toccare il fondo, ero a casa da sola e ho rischiato di morire ma non c’è stato nulla da fare, la malattia è stata più forte, non avevo paura.
L’ultimo anno prima del ricovero non ce la facevo più, né di testa né fisicamente, ero arrivata a non mangiare quasi più niente, mi riempivo di bevande strane per togliere i liquidi che mi ero messa in testa che dovevo smaltire. Quello che mangiavo dovevo eliminarlo, a 36 anni ero arrivata a pesare 36 chili.
Non riuscivo nemmeno a stare in piedi ma continuavo ad andare in palestra, a prendere pillole per dimagrire, intrugli strani fino a quando il mio metabolismo non ha più retto.
Questa malattia distrugge tutto, anche la famiglia. Quando ero all’Università vivevo con mio fratello e lui era arrivato al punto di non parlare più con me, per non vedere quello che io mangiavo aspettava che io andassi via dalla cucina per entrare lui. Tra noi ci sono stati silenzi infiniti finché una sera era così arrabbiato che spaccò la porta se ne andò e tornò dopo una settimana. L’anoressia non ha fatto altro che allontanarmi da loro, io sempre più attaccata alla malattia. Il giorno del mio compleanno ero disperata, non sapevo cosa fare, continuavo a piangere sentivo un terribile senso di colpa nei confronti di mia madre, perché a parte mia sorella, mio padre e mio fratello non accettavano questa cosa ma non se la prendevano con me, se la prendevano con lei.
Quella sera, forse per tutti gli intrugli che avevo preso sono stata malissimo, ho vomitato tutta la notte fino a quando è arrivata mia sorella e mi ha detto “che vogliamo fare?” Forse proprio in quel momento ho deciso di chiedere davvero aiuto. Io ero stata da alcuni professionisti che in parte mi hanno aiutata ma poi quando ti senti dire “È inutile continuare tanto tu sei anoressica” oppure “io con le anoressiche non voglio aver niente a che fare” queste cose mi portavano sempre di più a chiudermi e non chiedere aiuto. L’unica cosa che mi ha fatto reagire è stato quella mattina quando mia sorella mi disse “ti devi lasciar curare” io avevo una paura enorme di questa cosa.
Ci vuole tantissima forza, sai, dopo aver telefonato alla struttura non immagini i pianti e nei giorni precedenti al ricovero è venuta fuori la parte peggiore di me, cioè non di me ma della malattia perché si rifiutava di lasciarmi andare.
Io volevo farmi curare ma la malattia si opponeva con tutte le forze, una lotta interiore pazzesca Quando mi hanno comunicato la data del ricovero lì si è scatenato il lato peggiore della malattia, palestra tutti i giorni, 30 grammi di riso cotto al giorno che nemmeno i cani lo mangiano. Lo specchio è una bella bestia, in struttura ho fatto un anno di disintossicazione dallo specchio ed è stato bellissimo.
Quando hai l’anoressia sei sempre davanti allo specchio e ti guardi e vedi sempre quello che vuoi vedere tranne quello che è realmente, trovi tutti i difetti e vuoi sempre vederti di meno, sempre di meno. Passi la vita tra lo specchio, la bilancia e le calorie, arrivi a pesarti anche più di tre volte al giorno.
Ma il paradosso è stato che quando ho lasciato l’Università, la mia testa malata si era messa in mente che l’unico modo per provare piacere era far provare piacere agli altri attraverso il cibo e mi sono iscritta ad un corso di cucina. E lì è stato un disastro perché in quel momento la malattia ha detto “wow adesso sì che ci divertiamo”.
L’anoressia è un demone che ti detta le regole e tu le devi rispettare. C’è chi definisce questa malattia come una sorella, io la potrei definire una corda pesante che ti porti dietro. Non saprei dire se si può guarire da questa malattia, molto dipende da te, sta a te decidere. O te la fai diventare una sorella e te la porti dietro tutta la vita oppure divorzi direttamente.
Io me la sono sposata per 13 anni, ho divorziato l’anno scorso, è stato burrascoso ma necessario. Non sparisce del tutto, tu stai bene solo nel momento sai quello che fai, in cui prendi coscienza di chi sei veramente, che non sei solo un corpo ma sei altro. Quando inizi ad essere altro allora sì che puoi dire comando io. Nel momento in cui continui ad essere succube, ad essere solo corpo è finita, lei continua a vincere.
Sono uscita dalla clinica da 5/6 mesi, le mie difficoltà le ho, non ti dico che non ho paura in alcuni frangenti a riprendere una vita sociale, a riprendere tante cose. Tieni presente che io sono stata dimessa durante la pandemia, me la sono comunque cavata perché a Villa Miralago mi hanno dato gli strumenti.
In clinica se tu ti affidi a loro vai tranquilla, ma ti devi lasciar andare anche se questo lasciarsi andare implica una sofferenza, io ci ho messo sei mesi per capire questa cosa. E’ difficile dipendere da un controllo che non è più il tuo ma è quello degli altri. Quando sono stata ricoverata la malattia mi diceva, tanto sono tre mesi e poi te ne vai e ricominci a fare quello che vuoi tu. Però in questi tre mesi cominci a capire qualcosa ma non è sufficiente e non lo è stato neppure nei tre mesi successivi della proroga che mi avevano concesso. Al sesto è arrivata la mazzata da parte della mia equipe che mi ha detto “o ti affidi a noi oppure continua così per tutta la vita, non possiamo fare più niente per te”. A quel punto decidi se questa corda la vuoi tagliare oppure no.
Alle ragazze che ancora sono prigioniere della malattia vorrei dire che non ne vale la pena vivere una vita così. Io ho perso un pezzo della mia vita, ho 37 anni, ho ripreso l’Università facoltà Beni Culturali, ma se mi guardo indietro penso: potevo andare avanti, potevo laurearmi, trovare un uomo, sposarmi, avere dei figli …… ho perso troppo. Ma non posso recuperare tutto insieme, adesso devo iniziare una nuova vita.
Se incontri questa malattia devi curarti subito, mi rivolgo soprattutto alle ragazze giovani, altrimenti rischi di perdere gli anni più belli della vita e tutta una serie di emozioni. Questa malattia ti fa perdere tutto, vedi ogni cosa in un modo distorto, vivi zero. Ti annienti sia psicologicamente che fisicamente.
Il fatto di affrontare la malattia in un’età più matura forse ti aiuta a prendere una maggiore consapevolezza, però nel momento in cui ci sei dentro, nemmeno la coscienza dell’età ti porta a dire è arrivato il momento di darci un taglio e di iniziare a vivere.
È una padrona che non guarda l’età, hai una regressione, il tempo si ferma. Quando sono arrivata in clinica mi sono resa conto che quei 13 anni di crescita io non l’ho vissuta, ho 37 anni dovrei essere una donna ma in realtà non so se lo sono. Ora il mio sogno è quello di avere la tranquillità, la serenità e alla fine di ritrovare i i miei sogni perché la malattia ti spoglia anche di questi.
Devo ammettere che la malattia ti insegna a combattere, anche se non è una cosa così evidente, perlomeno per noi, perché per chi è al di fuori c’è l’evidenza, è il corpo che parla, ma a noi non parla. Voi genitori purtroppo non riuscite a capire perché non avete gli strumenti e neppure noi li abbiamo. L’ultimo periodo che ero a Villa Miralago e stavo bene, ho provato a parlare con le ragazze che erano all’inizio del loro percorso e questo mi ha fatto pensare a tutte le volte in cui mia madre o un’altra persona si trovava al mio posto a parlare con me, hai davanti un muro.
E’ difficile dare a una persona gli strumenti per capire, a volte la metti in condizione di sbagliare sempre, perché poi diventi il capro espiatorio di qualsiasi cosa, la colpa è sempre la tua e poi la mia. Te la prendi con le persone che sai che ami e poi ti senti in colpa.
Questa malattia ti fa diventare dipendente da altre persone ma quando esci da tutto questo realizzi: “io sono io” se tu mi vuoi bene e vuoi stare con me mi accetti per come sono e non perché ti faccio pena.
Io ho riacquistato la mia libertà, la libertà di fare questo o quell’altro, ma non perché prima non ce la facevo fisicamente ma perchè ero vincolata, mi ero creata una catena attaccata a tutto a qualsiasi cosa, alcune persone le ho proprio allontanate, altre le tenevo ferme dentro di me perché “anche se io ti faccio male tu ci sarai sempre”. In quel periodo è come se tra te e il modo ci fosse un velo, una plastica davanti da cui tu non riesci ad uscire.
Mi sono sentita sola sempre, in ogni momento, ma il periodo in cui ho sentito maggiormente la solitudine è stato l’inizio di questo matrimonio con la malattia; poi a metà del mio percorso la consapevolezza di quanto mi stava accadendo e il fatto che non riuscissi ad affrontarlo mi ha fatto sentire ancora più sola.
Però vai avanti imperterrita, vai avanti perché non ce puoi fare senza di lei perché è “lei che ti da vita” che non è vita. Poi sta a te, farti accompagnare verso l’oblio oppure dirle datti una calmata , fermati.
Noi che siamo state vittime di questa malattia abbiamo una marcia in più per avere un approccio più empatico con le persone che soffrono di un disturbo alimentare. Sono convinta che la testimonianza, il confronto siano importantissimi, io l’ho sperimentato quando ero in struttura, tra di noi si è creato un gruppo proprio perché ci accumuna la medesima storia, siamo molto solidali, lì ci si accetta per quello che si è, siamo tutte uguali non c’è quella di più o di meno, non esiste quella diversa. Una sorta di vere sorelle unite nel dolore che si sostengono nei momenti più critici.
Le testimonianze delle ragazze che ne sono uscite è fondamentale anche se è difficile raccontarsi perché dietro alla malattia c’è tanto, c’è un mondo.
Un mondo di emozioni che non riesci a tirare fuori dalla tua testa, ma arrivano da quello che tu provi dentro. Per raccontare tutto quello che hai passato in 13 anni le parole non bastano, non è che non vuoi, tu desideri farlo, ma è così tanto “così troppo” che non basterebbero mesi.