"...Ho preso una sciarpa, l’ho legata alla trave del soffitto, ho fatto il cappio e mi sono lasciata andare..."
Sono Arianna, ho 22 anni e soffro di un Disturbo del Comportamento Alimentare da sempre.
Non riesco a ricordare il periodo antecedente alla malattia, perché sono stata bene solo fino a 7 anni. Credo di essere stata una bambina felice, mi sembrava di avere una famiglia come quella del Mulino Bianco, a 8 ho iniziato ad ingrassare perché, a causa di una pubertà precoce, sono stata sottoposta da parte dei medici, a delle cure sperimentali, fino a 11 anni. Per via delle punture il mio corpo cambiava, avevo delle forme che le mie compagne non avevano, alle medie la mia diversità mi veniva fatta notare.
Ero arrivata a pesare 80 kg, capivo che qualcosa non funzionava, ero convinta di essere odiata a causa della mia grassezza, che mio padre non mi volesse bene perché ero grassa, le difficoltà che avevo ad interagire con mamma e tutto quello che non funzionava nella mia vita dipendeva dal fatto che ero grassa.
Da lì ho cominciato a vomitare, non mi dava alcun fastidio perché stavo così male ….. è come per i tossici che iniziano a farsi per sballarsi, poi dopo un po’ di tempo si fanno per tornare ad un’ipotetica normalità, ad una presunta tranquillità.
Vomitare mi dava una sensazione di tranquillità, di potere, finalmente controllavo qualcosa della mia vita. Con questa malattia hai la sensazione di possedere il controllo sul cibo, sulle persone, su tutto. Poi questo controllo ti sfugge dalle mani perché di fatto è solo la malattia che ha il controllo su di te.
Sono stata vittima di bullismo, in terza media una ragazza è arrivata addirittura a picchiarmi perché ero diversa, sono stata emarginata ed esclusa praticamente da subito. Ricordo che quando passavo per i corridoi mi ricoprivano di insulti “cicciona, troia ed altro…” e queste sono ferite non si rimarginano mai.
Mi sentivo molto sola, a 13 anni ho tentato il suicidio, dopo che una ragazza mi aveva scritto via Facebook: “sei una troia cicciona e devi morire”. Io ho chiamato mamma perché non sapevo a chi rivolgermi, a chi chiedere aiuto. C’era solo lei, c’è sempre stata solo lei, ma quella volta mi ha fatto sentire in colpa per essere andata sui social a leggere quelle cose, per aver dato retta a quelle p*****. Lì mi è crollato il mondo, Il senso di solitudine infinita che ho provato in quel momento è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ho preso una sciarpa, l’ho legata alla trave del soffitto, ho fatto il cappio e mi sono lasciata andare.
Poi mi sono ripresa e in un attimo di lucidità ho pensato: “cosa c**** stai facendo”. Non avevo paura di morire, non provavo niente, ma proprio niente, ero totalmente apatica. La vita e le persone mi avevano massacrata, buttata a terra e calpestata, mi sentivo oppressa dal giudizio degli altri, di mia madre e di me stessa.
Io mi portavo dietro una situazione familiare che non mi ha concesso di relazionarmi in maniera sana con le altre persone, con gli altri ragazzi. In quel periodo, i miei genitori si sono separati, mio papà è andato a vivere lontano. Io sono rimasta con mamma, che doveva far fronte a tutti i problemi, economici, familiari e di relazione. Credo che per lei sia stato veramente duro, e lì penso sia cominciato l’incubo per entrambe perché, all’inizio, avevamo un pessimo rapporto. Continui litigi, a volte volavano schiaffi e io mi sono sentita sola e quindi mi sono chiusa in me stessa.
Mio padre non è una persona in grado di fare il genitore, non credo che tutti nascano con questo magico potere; e lui fa parte di quelli che non sono capaci.
Da piccola ero spesso in ospedale per queste cure, ogni fine settimana mamma mi obbligava ad andare da papà. All’inizio ci andavo volentieri, però ogni volta lui mi portava nei bar e, mentre beveva con gli amici io rimanevo seduta ad un tavolo sola a giocare con il DS.
Solo più tardi ho capito che papà aveva un problema di alcolismo.
Lui non aveva una casa sua, dormiva a casa di mia nonna e io ricordo che dormivo su un materasso per terra in camera sua.
Ho sofferto di bulimia, anoressia e anche binge eating, disturbi che ho sempre compensato in qualche modo. A 11 anni, quando ho finito la cura della pubertà precoce, già avevo un bagaglio di dolore immenso.
Ho trovato conforto nel cibo, perché mamma andava al lavoro e io rimanevo sola a casa, quindi l’unica cosa che riuscivo a fare era letteralmente ingozzarmi. Credo di aver mangiato tutto quello che da piccola mi era stato vietato dai medici che, osservando il continuo aumento di peso, mi avevano messa subito a dieta.
E anche dopo non c’è più stato un limite. All’inizio io non mi rendevo conto che questa potesse essere una malattia, sebbene abbia seguito un percorso psicologico da quando avevo 13 anni, non ammettevo nemmeno con me stessa che stavo male; solamente 2/3 anni fa ho realizzato il mio problema: ho pensato “non è normale, c’è qualcosa che non va, sta succedendo qualcosa che non va bene”.
Quando ero piccola mamma andava a correre, si vestiva in modo elegante, con il tailleur, era una bella donna e al suo fianco aveva me, che ero grassa e bruttina. Non so forse mi sono sempre sentita in competizione con lei.
Ora però Arianna non è più la malattia, adesso sono io e basta.
La libertà è fare le cose senza quella maledetta vocina in testa che ti costringe a contare le calorie, ti costringe a non mangiare, a trattare male le persone.
Essere libera significa non avere più “Margherita” accanto.
Io ho dato un nome al mio disturbo, si chiama Margherita, perché eravamo molto intime, all’inizio era una voce amica, mi teneva compagnia perché io ero veramente sola, abbandonata da tutti, da mia madre, da mio padre, dalle persone, dal mondo: io ero abbandonata.
Sopravvivevo grazie a questa vocina che mi diceva “mangia” e io mangiavo, poi andavo a vomitare Quindi per me essere libera significa non stare più con Margherita.
Questo è il mio secondo ricovero, il primo l’ho fatto a Villa Margherita, dove, in preda alla mia malattia, camminavo, facevo attività fisica, esercizi addominali; mi hanno mandata via per cui il primo lockdown l’ho trascorso a casa. E’ stato un momento molto difficile, ho cominciato a fare tantissima iperattività, cosa mai fatta prima. Camminavo quattro ore al giorno, mi svegliavo alle 9 del mattino per essere a casa alle 13 e preparare il pranzo alla mamma, fingendo che nulla fosse successo, tra restrizione e iperattività ho perso molti chili.
Poi sono arrivata qui e c’è stato un secondo lockdown, nel frattempo ho recuperato il rapporto con mamma che mi mancava molto. Per sette mesi non l’ho vista perché durante la pandemia hanno sospeso le visite. Poi, finalmente, hanno messo la “porta degli abbracci” e hanno consentito a mamma di venire. Abbracciarla anche attraverso quella plastica è stato come nascere una seconda volta. Mamma mi ha dato la vita due volte, forse anche più di due, una prima volta 22 anni fa, la seconda volta quando mi ha fatta ricoverare qui e la terza volta quando mi ha abbracciato.
Un abbraccio racchiude tutto quello che puoi desiderare, credo che sia meglio del sesso, perché tu in un abbraccio dai e ricevi contemporaneamente, ti puoi appoggiare a quella persona e lei si può appoggiare a te. In un abbraccio ti senti protetta.
Io sono stata ossessionata dallo specchio, il brutto è che io vedevo sempre riflessa nello specchio quella bambina di 8 anni. Io non ho mai visto la crescita di Arianna, lo specchio si era fermato lì, così come il tempo. Nel 2007 qualcosa si è rotto e non si è più aggiustato secondo me.
A casa non c’è mai stata una bilancia, mi misuravo col metro da sarta ogni giorno il girovita, i fianchi, le cosce, appuntavo i centimetri e più li vedevo scendere più mi sentivo potente. La comunità è stata utile, potrei affermare che mi ha ridato la vita, mi hanno salvata.
La comunità e la malattia sono state un passaggio importante per me, ho imparato cosa non fare con i miei figli, sì, credo che sia la cosa principale che ho imparato.
La vita è un casino, ho sempre pensato che fosse come un gioco. La vita ti dà delle carte, poi tu hai il libero arbitrio di giocarle. Se le carte fanno abbastanza schifo, devi essere accorta, saperle giocare al meglio per vincere, altrimenti non ti salvi. Margherita ha usato quelle carte per barare contro di me.
La malattia mi ha usata come un burattino, io ero completamente nelle sue mani, non esistevo, Arianna non c’era, c’era Margherita e basta.
Ora invece sono innamorata della vita, mi sto innamorando di Arianna ed è una cosa bellissima.
Se mamma fosse qui ora vorrei dirle che le voglio bene davvero, che “voglio il suo bene”. A volte il “ti voglio bene” viene detto in modo egoistico, invece io lo desidero veramente perché mi rendo conto di quanto ha fatto per me. Io ho visto davvero mia mamma disposta a morire con me, quando in ginocchio la imploravo di spostarsi perché volevo andare in bagno a vomitare, o mi buttavo per terra piangendo e lei lì, accanto a me, forte e tenace, non si spostava. Le volte in cui mi lasciava passare, quando ritornavo mi abbracciava e io sentivo il suo dolore.
Ho deciso di raccontarmi perché voglio che le persone sappiano che esiste questa malattia e che Margherita è la tua peggior nemica anche se si presenta con le ali da angelo.