Soprattutto direi che piuttosto che combattere inutilmente, è meglio rifletterci, perché c’è sempre qualcos’altro dietro al disturbo alimentare. Non si tratta solo di aver voglia o non averne di mangiare, c’è tanto altro sotto.
Mi chiamo Francesca, mia sorella ha sofferto di anoressia.
È stato difficile, è stato molto difficile perché forse la persona che si è accorta per prima in famiglia sono stata io.
Perché al di là del rapporto difficile che si era creato tra tutti noi e di quello che poteva essere un quotidiano pesante, il momento in cui si sta insieme, anche quando i genitori lavorano è proprio quello in cui si mangia. Il fatto di vedere i piatti che volano quando invece tu vorresti stare con la tua famiglia è difficile, anche perché è passato dall’essere una volta ogni tanto ad essere quasi sempre. La porta sbattuta, NO non lo voglio, NO non ci sono, l’assenza comunque progressiva.
Credo però che nel nostro non sapere abbiamo comunque seguito le tappe che ci venivano date.
Prima è stata in cura da una dietista, io ero andata addirittura con mia sorella perché inizialmente lei non ci voleva andare, allora ho detto “dai, facciamola insieme questa cosa, così io faccio la dieta e tu fai la dieta e la facciamo insieme”.
Ovviamente non ha funzionato.
Poi ha cominciato a fare un percorso con lo psicologo, e quindi lei ha cominciato un po’ a scavare nella sua malattia, ma noi da fuori non siamo stati in grado, almeno io, non sono stata in grado di capirla questa cosa.
Per me era difficile, perché io e mia sorella dividevamo la camera da letto, quindi vedere questo muro che fisicamente non esisteva ma che mentalmente c’era, era difficile.
Era complicato da sorella perché io mi sentivo responsabile, molto in colpa e anche con la voglia di fare qualcosa.
Quando gli amici ti invitano e ti dicono “vieni a fare l’aperitivo?” NO, “Vieni a cena?” NO. “Vieni a pranzo?” NO. Oh raga lo sapete no, che nelle ore pasti io non ci sono. NO. Mollatemi, io non posso venire nelle ore pasti.
Poi però come fai a spiegarglielo.
Perché è vero che io sono più grande, però i nostri amici hanno più o meno la nostra età, un po’ più grandi, un po’ più piccoli, ma nessuno è genitore.
Quindi come fai a spiegare una roba del genere, come fai a spiegare mia sorella non mangia, io sto a casa perché cerco di aiutarla.
Adesso magari glielo spiegherei così e magari qualcuno lo capirebbe anche, ma all’epoca per me era impossibile, io non riuscivo a spiegarlo.
Non so se solo io mi sono trovata in questa situazione; però dire anche solo ad una persona che conosco” la mia famiglia si sta frantumando”, mia sorella sta male, è difficile.
Anche perché tu in quel momento non sai neppure se c’è una soluzione, se c’è una via di fuga.
Quindi cosa fai? Cosa dici? Non lo sai, è tutto così e giorno per giorno cerchi di seguire i mutamenti.
Lei poi ha cominciato a stare sempre più male, noi abbiamo sempre sperato di riuscire ad aiutarla e comunque avevo lo psicologo, la nutrizionista e nell’ultimo periodo aveva anche lo psichiatra.
Insomma noi abbiamo sfoderato tutta l’artiglieria a disposizione ma lei stava sempre peggio. Questa era la cosa di cui noi, in quel momento, non ci rendevano neanche conto.
Non riuscivamo a renderci conto di quella sua magrezza assurda perché lei era dimagrita progressivamente.
Non riuscivamo a renderci conto di quella sua magrezza assurda perché lei era dimagrita progressivamente.
Quindi quando era arrivata a quel punto di 37 kili noi non riuscivamo neppure a capire quanto lei fosse scheletrica, perché ci eravamo abituati un po’ all’idea.
Io ho le foto conservate nel telefono e non le cancello proprio per questo motivo, perché dico, ma come hai fatto a non vedere che tua sorella praticamente stava morendo. Come hai fatto a non accorgerti?
Le ho lì e ogni tanto le guardo e tra me e me mi dico “questa cosa non deve succedere mai più”.
Perché non è neanche stato per nostra disattenzione, però da una parte anche noi eravamo coinvolti in tutto questo. Questa malattia ha ammalato anche noi.
Sono cambiate anche le dinamiche tra di noi, perché poi qualunque cosa che tu dici riguarda sempre lei, difficilmente riesci a trovare uno spazio per parlare di te. Perciò ti metti da parte, loro si sono messi da parte e anch’io mi sono messa da parte.
Ho cercato di fare più rinunce possibili per poterla aiutare, poi ad un certo punto abbiamo capito che non potevamo farcela da soli, quindi doveva essere ricoverata.
Chiaramente per noi, almeno per me, è stato uno shock perché speravo che riuscisse ad avere quel colpo di coda, ad evitare questo ricovero.
Col senno di poi dico, meno male è stata ricoverata, altrimenti sarebbe morta.
È stata una separazione sofferta, perché io la sera andavo a dormire, spegnevo la luce, mi mettevo nel letto, dopo un po’ accendevo la luce guardavo il suo letto ed era vuoto.
All’inizio è stato terribile anche perché lei aveva il telefono sono in alcune ore della giornata e quando chiamava diceva “io voglio tornare a casa, io qua non sto bene, sto male, nessuno mi guarda, nessuno mi sente, nessuno vuole fare amicizia con me, mi sento sola, non voglio stare qui”. Noi comunque abitiamo a pochi chilometri dalla comunità terapeutica, quindi l’idea “adesso vado a prenderla” un po’ ti accarezza, ti sfiora.
Tanto che mio padre ad un certo punto ha fatto poi tutta un’uscita, è andato là, adesso me la vado a prendere; contro il parere di mia mamma che poverina non era a casa. Così hanno tolto il telefono a mia sorella, invece di dire sì te la ridiamo hanno alzato un muro. Hanno capito che probabilmente quest’influenza che lei aveva su di noi, e che noi avevamo su di lei non era buona e quindi questo taglio era necessario.
Poi col tempo lei ha cominciato a cambiare …. Mentre era in comunità ha incontrato una ragazza che era già verso la fine del suo percorso che ad un certo punto, quando mia sorella nei gruppi diceva “io me ne voglio andare”, le ha detto “Valeria, non te ne andare perché mi mancheresti troppo” e lei da lì ha cominciato a schiudersi, alla comunità, alle attività, a tutto quanto.
Anche lei come le altre ragazze ha cominciato a fare le interviste alla radio, alla televisione, a lavorare. Con la comunità lavorava in un negozio.
A quel punto anche noi abbiamo cercato di seguire questo flusso e abbiamo cominciato a vedere dei piccoli progressi. Non è che fosse tornata lei, anzi non bisogna sperare che si torni a quella di prima, perché quella di prima conteneva tutti i semi di quello che poi è successo.
Però è diventata diversa, anche nelle parole, nei modi, è cambiata e quindi significava che la sua strada la stava facendo. Noi dovevamo solo starle vicino, senza intervenire, perché poi chiaramente ognuno ho la sua strada.
Per me lo sforzo più grande è stato questo, capire che certe volte devi fare un passo indietro, devi stare ferma, devi aspettare. Chiaro, è difficile, è difficilissimo perché io sono la sorella maggiore, io l’ho aspettata quando mia mamma aveva il pancione, io la sera accarezzavo quel pancione, le davo il bacino, perciò per me è stato terribile.
Però poi ce l’ha fatta, dopo undici mesi lei ce l’ha fatta; un passo per volta, anzi meglio dire un maccherone per volta, però ne è uscita. Quando è tornata a casa per noi è stato un altro trauma tra virgolette perché la persona che era diventata era diversa e noi avevamo tantissima paura che tornasse la persona di prima, per cui noi eravamo sempre sul chi va là, eravamo sempre sulle uova. Mille dubbi, cosa farà, cosa non farà, cosa dobbiamo fare cosa non dobbiamo fare.
La cosa che ci ha aiutati sono stati i gruppi di sostegno durante il ricovero, a cui noi abbiamo sempre partecipato. È stato molto utile per i miei genitori, soprattutto per mio padre che invece opponeva un po’ di resistenza a questi cambiamenti, a capire questa cosa, perché per un uomo penso sia un po’ più difficile. Io però ero l’unica sorella.
Io in quel periodo non mi sono sentita trascurata o messa da parte dai miei genitori perché anch’io ho fatto un po’ il genitore e forse la mia partecipazione in quel modo ai gruppi è stata più da genitore che da sorella.
Io mi sentivo sulle spalle le stesse responsabilità che sentivano i miei genitori, mentre vedevo che le sorelle e i fratelli degli altri non c’erano o venivano una sola volta e poi non venivano più. Io a volte dicevo loro ti prego vieni io qui sono l’unica sorella…
Capisco che è importante per i genitori confrontarsi con i loro pari perché certe cose non le devi spiegare e quindi ti risparmi un sacco di tempo, però io non ho mai avuto un contraltare con cui potermi confrontare, dire… ma anche a casa tua volano i piatti e i tuoi genitori si odiano? Solo a casa mia?
A volte era anche difficile comprendere le dinamiche di alcune coppie presenti, molti genitori si presentavano in un determinato modo poi magari a casa si tiravano i coltelli e invece in altri casi la malattia li univa.
Quindi non capivo, in definitiva il mio confronto c’è stato ma solo fino ad un certo punto, io ho sempre dovuto confrontarmi con in genitori ma mai con i fratelli.
Fortunatamente ho incontrato dei genitori che hanno capito anche la mia posizione e mi hanno aiutato, mi sono stati vicino, ci sentivamo, quindi c’è stato un appoggio, però in quel momento avrei avuto bisogno anch’io di un gruppo di fratelli e sorelle che mi dicessero “cavoli che schifezza!” che mi capissero davvero.
Perché quando incontri una sorella, un fratello che ha il tuo stesso vissuto ti senti libero di dire “Ma che stronza mia sorella oggi!” e non devi spiegare nulla. Altri con capirebbero, ti direbbero “ma cosa dici, ti rendi conto che tua sorella sta combattendo contro una malattia”
Nei gruppi di sostegno voi genitori potete dirlo che i vostri figli sono stronzi o fanno delle cose che vi fanno arrabbiare, non è che la malattia giustifica tutto, voi potete dirle queste cose. E quindi per me è stata un po’ una scoperta, ah, allora posso dirlo anch’io che mia sorella è stronza.
Sai, questa malattia non ti fa dire niente, non ti fa fare niente, perché qualunque cosa fai è sbagliata, sbagliatissima, hai fatto A hai fatto B, Z comunque hai sbagliato. Quindi certe volte stai zitto, cerchi di limarti un pochino, e ovviamente “stronza” sai che non lo dirai mai perché è off limits.
Durante la malattia mia sorella si è quasi praticamente sgretolata, si è prosciugata e i lati peggiori del suo carattere si sono esacerbati, è come se si fosse consumata. Poi è rifiorita, però mentre viveva questa cosa si è proprio consumata ed era ossessionata e questa sua ossessione era diventata anche la nostra. Eravamo tutti ossessionati.
Mia sorella ha cominciato ad ammalarsi nel 2012, è stata ricoverata nel 2017 ed è stata dimessa nel 2018.
Gli anni della malattia di mia sorella io li ho persi perché mentre lei viveva la malattia io ero lì a fare da spettatore e a cercare un po’ di aggiustare le cose. È come un vaso che ha tantissimi buchi e quindi tu cerchi di mettere una pezza su ogni buco, metti scotch, un altro tipo di scotch, metti l’isolante, metti pezze dappertutto e sei talmente occupato a sistemare quel vaso che il tuo vaso non lo guardi più.
Questa difficoltà per me c’è ancora, perché mentre lei ha fatto un suo percorso dentro la comunità con le altre ragazze, con i gruppi anche fuori dalla comunità, si è affacciata a tante cose che l’hanno aiutata a sbrogliare tutti i suoi fili, i miei fili sono rimasti ingarbugliati.
Io temo di non averla ancora superata questa cosa, io ho ancora paura quando lei mi dice questo non lo voglio. Io ho un’altra Francesca dietro di me che si attacca alla sedia e che mi dice “no mio Dio no, di nuovo, io non ce la posso fare”.
Valeria ha fatto un percorso che le ha fornito gli strumenti che l’aiutano a gestire anche questi momenti in cui lei dice NO, e questi NO lei riesce a riconoscerli.
Noi invece no, in noi c’è sempre questa paura latente per cui non riusciamo a dividere le cose. In un gruppo di sostegno ci era stata detta questa cosa questa cosa, “voi dovreste imparare a dividere in due ceste: la cesta della malattia e la cesta di vostro figlio. Quando è la malattia che dice no e quando è vostro figlio che dice non mi va”.
Forse quando cominci a capire che non tutto è di qua e non tutto di là, allora riesci a scindere le due cose.
Chiaramente nella mia posizione è più complicato perché non essendo un genitore ti trovi ad avere una responsabilità, una conoscenza e delle capacità differenti.
Io mi sono trovata in situazioni in cui io cercavo di assecondarla, vuoi andare qui, no andiamo là, e certe volte mi rendevo conto che stavo commettendo degli errori, stavo sbagliando.
Io ero terrorizzata dall’idea che Valeria potesse morire. Era arrivata ad un peso in cui era veramente paurosa. Quando riguardo quelle foto mi dico “non deve succedere mai più ma proprio mai più” perché io ero spaventata.
La cosa più terrificante è che quando uno è malato, ha una gamba rotta, ha il cancro, generalmente non vuole stare con la gamba rotta, cerca di trovare qualunque cosa per sistemare questa gamba che gli fa male, sì, ci sono anche le persone che hanno il cancro e non vogliono farsi curare, ma in generale no , tutti dicono io voglio fare tutte le cure necessarie per guarire; io invece avevo davanti una persona che mi diceva “io non mi voglio curare, io sto bene così” e io vedevo ogni giorno che se ne stava andando.
Oggi vorrei dire a mia sorella Valeria, “sono fiera di te”.