Fondazione Ananke

"Cinzia con Giorgia, sorella gemella di Karin"

Mi chiamo Cinzia e vengo da Roma. Mia figlia Karin di 22 anni è ricoverata da tre mesi a Villa Miralago, purtroppo ci troviamo in questa assurda spirale, in questa malattia da otto anni. Karin ha già fatto numerosi ricoveri sia ospedalieri salva vita che in strutture residenziali, questa è la quarta comunità terapeutica.

Nonostante tutto io continuo ad avere fiducia e non mi arrenderò mai. Ho incontrato medici che mi hanno detto che non ci sono speranze, ma io sono una mamma e la mia speranza la trasmetto a mia figlia e questo mi aiuta, mi aiuta a vedere mia figlia con occhi diversi.

Io mi sono accorto della malattia di mia figlia, ma all’epoca come tanti genitori, sapevo poco e niente di queste patologie, L’anoressia era qualcosa che avevamo visto in qualche film, ma non conoscevamo nessuno che era stato toccato da questa malattia. Karin all’inizio, verso luglio ha cominciato a non mangiare e a settembre stava al Bambin Gesù al suo primo ricovero con un sondino.

Noi non sapevano niente dell’anoressia, per rendermi proprio conto che si trattasse di un disturbo del comportamento alimentare ci ho messo parecchio. Ho capito che c’era qualcosa che non andava, era minorenne e l’abbiamo portata al Bambin Gesù di Roma però, per parecchio tempo sono rimasta un po’ cos ì… imbambolata, non sapevamo a chi rivolgerci.

Ho avuto paura di perdere mia figlia tante volte, Karin ha perso addirittura 3/10 di vista ad un occhio per questa malattia, è stata operata tre anni fa durante il percorso nella comunità terapeutica di Palazzo Francisci a Todi.

Pochi mesi fa ho avuto ancora la stessa una terribile paura di perderla perché era arrivata in ospedale con 35 pulsazioni, sì, parecchie volte ho avuto paura che morisse.

Il sentimento più devastante che ho provato durante la malattia di Karin è stata l’impotenza e mi sono sentita molto sola perché il giudizio su queste malattie è pesante.

Il giudizio ti schiaccia, anche le persone più vicine, la maggior parte considera queste patologie come una moda, come un capriccio, un modo per attirare l’attenzione

All’inizio ti stanno tutti vicino, ora invece dopo l’ottavo anno mi sono rimaste solo due persone accanto. Di tutti i parenti, gli amici che avevamo, gli stessi insegnanti, sono rimasti solo in due.

Diciamo che l’impotenza è il sentimento più forte e parlare della malattia di mia figlia è complicato, riesco a parlarne solo con chi vive questa tragedia, con le mamme che hanno avuto figli con questo problema, altrimenti non riesci perché il giudizio c’è sempre.

Spesso non viene considerata come una malattia mentale, viene vista come un assurdo capriccio di assomigliare alle modelle.

Trovo che sia importantissimo quello che fa questa associazione: parlarne, fare prevenzione nelle scuole, sensibilizzare i pediatri, gli insegnanti.

Tanti medici e pediatri brancolano nel buio, non sono pronti.

Il sentimento che mi ha fatto soffrire maggiormente è stato il senso di colpa, con quello ci convivo. Ti chiedi se sei stata una buona madre, se hai fatto tutto per tempo, ti colpevolizzi perché ma non sei stata in grado di aiutarla nei suoi rientri a casa dopo le degenze.

Il senso di colpa ormai è un compagno di vita, anche se tante cose adesso sono riuscita a perdonarmele, però ne rimane ancora molto.

Da questo percorso terapeutico di Karin mi aspetto un miglioramento, un po’ di serenità, affinchè possa condurre una vita in una vita normale.

Lo desidero anche per l’altra mia figlia Giorgia che sta soffrendo molto per questa situazione. 

Le mie figlie hanno perso il papà quando avevano 9 anni, eravamo anche separati.

Per me è stato difficile ed anche se ho avuto il supporto di mia mamma ho dovuto fare tutte le scelte da sola, medici, strutture. Affrontare tutto da mamma e da papà non è facile ma ci viene chiesto, capita, e lo devi fare.

Il confronto con gli altri genitori mi è stato molto utile, ci incoraggiamo, ci sosteniamo. Nelle varie strutture in cui è stata ricoverata Karin ho trovato il supporto di diverse mamme, nei momenti difficili ci si sorregge, chi èa in difficoltà riceve l’aiuto dall’altra e quando capita a me di crollare so che c’è chi mi capisce.

Penso sia fondamentale sensibilizzare nelle scuole su queste problematiche dalle scuole medie di I° grado…

Mia figlia non è mai stata bullizzata ma ha una grande mancanza di autostima, la paura di vivere, la paura di confrontarsi, di crescere.

Le mie figlie sono gemelle e durate la fase più critica di questa malattia si sono un po’ allontanate, perché i Karin da quando aveva 15 anni è stata fuori casa tantissimo per via della malattia, dei ricoveri.

Sono convinta che le mie figlie siano legate un amore infinito.

Karin ha cominciato a stare molto male a luglio e a metà settembre sono riuscita a ricoverarla, ma sono convinta che avesse cominciato a star male da prima, penso che la cosa fosse latente da tanto, da anni credo, presumo addirittura dalla morte del padre. Avevano 9 anni e lei si è ammalata da 15.

Penso che questo dolore forte, questo lutto, Karin non sia mai riuscito a metabolizzarlo, perché lei non ne voleva parlare, nessuna delle mie figlie e riusciva a parlare del papà. Spesso cercavo di tirare fuori il discorso perché la psicologa che mi seguiva mi diceva” bisogna parlarne, bisogna tirare fuori questo dolore” ma per loro era tabù.

Karin e Giorgia addirittura si vergognavano di questo, Karin mi ha detto che in molte occasioni a scuola, quando c’era la festa del papà, oppure quando le chiedevamo in prima media che lavoro facesse il papà, per loro era una vergogna averlo perso il papà.

Credo che questa possa essere stata una delle cause, unita alla paura di vivere, della malattia di Karin. Penso questo perché anche Giorgia ha sofferto di anoressia a 13 anni però lei ne è uscita da sola, forse perché lei è riuscita a metabolizzare il lutto del papà.

Il mio rapporto con Karin in seguito alla malattia si è modificato moltissimo, anche se mi aggredisce verbalmente, questo fa parte della malattia, si è attaccata molto a me.

Io sono convinta che da questa malattia si possa guarire, forse proprio del tutto no, però conviverci, avere una vita, riuscire a fare qualcosa che ti piace sì. Io da mamma sono convinta di sì, mi sono confrontata con una psichiatra e anche lei sostiene questo, dice che ci sono ragazze che anche dopo vent’anni riescono a crearsi una vita, mentre ci sono altri psichiatri che dicono che quando la malattia è cronicizzata praticamente hai chiuso.

So che la decisione di guarire dipende unicamente dai nostri figli, sono loro che decidono quando è il momento di guarire, noi genitori possiamo arrivare fino ad un certo punto, ei siamo i meno indicati a curare i nostri figli perché siamo troppo coinvolti emotivamente.

A me spaventa molto questo fatto del “dopo” quando uscirà dalla struttura, perché a Roma non c’è un day hospital che funzioni. Karin è stata in una comunità 9 mesi e quando è tornata dopo 4 mesi è crollata di nuovo. Perché dopo che stai isolata in un posto protetto e hai 24 ore su 24 medici a disposizione, comunità di minorenni molto attenta, e quando esci ti trovi ad avere un colloquio alla settimana con lo psicoterapeuta, un colloquio ogni 15 giorni se ti va bene con lo psichiatra non ce la fai. Questo per esperienza personale, poi fortunatamente ci sono tantissime ragazze che anche dopo un lungo percorso reggono.

Questo “dopo” mi terrorizza.

Non so se noi genitori riusciremo mai a trovare la serenità, tutto è subordinato alla malattia dei nostri figli, se loro stanno meglio noi stiamo meglio e anche quando guariscono noi avremo sempre quella paura, quel timore che possano ritornare in quel baratro. Ogni volta che non si fa viva, che sparisce per tre giorni, oppure non sa cosa sta facendo, noi saremo spaventati, però noi ci proviamo ogni giorno a superare anche queste ansie.

Ci proviamo per noi stesse e per loro.

Se ora Karin fosse qui ora le direi che le vogliamo un bene infinito.