Fondazione Ananke

Soprattutto direi che piuttosto che combattere inutilmente, è meglio rifletterci, perché c’è sempre qualcos’altro dietro al disturbo alimentare. Non si tratta solo di aver voglia o non averne di mangiare, c’è tanto altro sotto.

Mi chiamo Valeria ho 24 anni, quando mi sono ammalata ne avevo 14/15.

Ero al primo anno di liceo, il tutto è nato confrontandomi con i miei compagni riguardo ai voti, oppure con gli amici quando si parlava del corpo, della fisicità.

Io in quel periodo mi sentivo “niente” volevo diventare “niente” almeno sarei stata invisibile gli occhi di tutti.

Avevo cominciato a navigare su siti di diete e da lì è partito tutto, avevo perso 15 chili, ero arrivata a pesare 35 kg per un metro e settanta di altezza. 

Questo non era sano, così ho iniziato a fare un percorso psicologico che io in realtà non volevo e quindi non ha portato a niente.

Non avevo la consapevolezza di essere ammalata, io ero convinta di essere nel giusto, era questo il trip, io non vedevo cosa stavo facendo, volevo solo questa cosa, avevo il mio obiettivo ma non vedevo la strada.

Per me era come rimanere sempre ferma, avevo una dispercezione corporea, mi vedevo come se pesassi 15 Kg. in più anche se ne avevo persi 7, cose così.

Poi ad un certo punto ero diventata preoccupante, malsana, seria, e quindi sono entrata in comunità e all’inizio è stato orribile. Sembrava di stare in prigione, non ci volevo stare, la sera piangevo disperata.

Tutti lì dentro mi dicevano stai tranquilla, poi partirà quel quid, mi dicevano “partirà la scintilla”, un giorno ti sveglierai e vedrai le cose in modo diverso. Quando me l’hanno detto io ho pensato “ si va bè, figurati, mi sembrava impossibile”.

Poi un giorno mi sono svegliata e mi sono resa conto che stavo pensando in maniera differente, pensavo a tutt’altro, non pensavo più alle calorie, al peso, a come mi vedevo. Cominciavo a vedermi allo specchio con più amore.

Anzi mi sono detta “ no qua sono troppo secca, non mi piace”, pensavo l’opposto di quello che avevo pensato per cinque anni, durante tutti gli anni del liceo.

Poi ho cominciato a rimettere in discussione tutto, il fatto che durante gli anni delle superiori non sono mai uscita, che non avevo amici, in 5 anni sarò uscita due sere. Non avevo neppure voglia di uscire, non avevo voglia di mettermi in discussione, confrontarmi con gli altri mi pesava, preferivo rimanere nella mia bolla da sola.

Ho cominciato anche a vedere la comunità in maniera diversa, gli ultimi 6 mesi sono stati come un capo estivo, avevo le mie amicizie, giocavamo a carte, scherzavamo, guardavamo i film e mi sono resa conto che di sicuro lì dentro non ho fatto nulla da sola, ho avuto bisogno degli altri, di tutti…

Questo ricovero in comunità è stata una tappa fondamentale della mia vita, se potessi tornare indietro lo farei prima, perché lì dentro ti accorgi che non si può vivere da soli con il numero della bilancia.

Lì dentro vivi in mondo dove ti rendi conto che le persone non escono con te, non sono amiche tue, non ti parlano, non ridono alle tue battute solo se hai un determinato peso, loro ti stanno attorno perché sei come loro, sei te stessa. Se tu non sei come sei veramente e ti attacchi a delle cose finte, come la taglia di un pantalone, l’immagine di una modella su internet, loro annusano la finzione nella tua testa e quindi le persone si allontanano.

Ma per tutti quegli anni pensavo di essere io quella sbagliata, inadeguata e che gli altri fossero tutti snob e non mi accettassero, non avevo capito che ero io quella che allontanava le persone. 

 

Pensavo che fossero stronze, che mi allontanassero, invece avevo fatto tutto io senza accorgermene. In comunità, con tutte le altre persone attorno, il vivere tutti i giorni con loro, tutte le ore, si capisce che la cosa importante è vivere con gli altri, non è possibile vivere da soli. Durante il lockdown io sono impazzita, prima avrei fatto i salti di gioia per questo isolamento, invece adesso mi sono resa conto che sto vivendo.

Se potessi tornare indietro con la testa che ho ora farei tantissime cose, perché mi sono persa davvero tanto, troppe cose. Stavo sulla mia isoletta da sola, povera mentecatta, quando fuori c’era il mondo. Che poi le barriere attorno me le ero costruite io!

Se dovessi descrivere questa malattia con un oggetto la definirei una zavorra vuota, una zavorra che mi porto appresso e che mi pesa sulle spalle, che non mi fa fare nessun passo, ma dentro in sostanza è vuota, perché non ha senso.

Quando uno si fa trascinare in questo loop mentale e pensa solo al peso, al cibo, al peso, al cibo, perde tutto il resto; non capisce che non esiste solo quella cosa, non si rende conto che tu non stai pensando a te stessa, è solo l’ossessione per una cosa che non ha forma.

Io mi accorgevo che il rapporto con mia sorella e con i miei genitori si deteriorava, lo stavo distruggendo e purtroppo ci marciavo, perché il litigare era un pretesto per non mangiare, a volte facevo apposta a prendermela con loro per andarmene così saltavo il pasto.

Era anche un modo per attirare l’attenzione, infatti quando non rispondevano o non coglievano le mie provocazioni io ci rimanevo un po’ male e lì mi accorgevo che il mio rimanerci male era per non aver ferito abbastanza gli altri, era una sensazione stranissima. Mi accorgevo che stavo facendo una cosa che non andava bene né per me né per loro, ma in quel momento non t’importa di nulla.

Stavo diventando una persona che non ero io e stavo rovinando la vita agli altri, ora sto cercando di modificare questo atteggiamento, di rimediare.

A tutte le ragazze che soffrono di DCA, ricoverate o non direi di avere pazienza, costanza, speranza, che ce la si può fare, perché ce la si deve fare per sé stessi.

Io sono convinta che dai Disturbi Alimentari si può guarire, io mi sento guarita da quando sono uscita da Villa Miralago. A parte due mesi di down, però mi hanno spiegato che ci sta, che fa parte del percorso, servono per rafforzarsi, io non sono mai tornata ad avere i vecchi pensieri.

In questo percorso, in realtà, se lo vuoi veramente non fai nessuna fatica, all’inizio è difficilissimo perché non vuoi guarire, ed è faticosissimo rimanere in una struttura.

Guarire dipende solo e unicamente da te, solo se tu lo vuoi fare allora lo farai, automaticamente scatterà quella cosa, un giorno senza che tu te ne accorga, però se tu lo vuoi succederà come il resto delle cose.

Non ho paura di tornare in quell’incubo perché sono sicura che non accadrà perchè io non lo voglio. Adesso sono sicura di star bene, poi ho talmente tante cose da fare, da vivere, da conoscere, da recuperare che non ho minimamente tempo di pensare a quella cosa.

Esco con i miei amici, mangiamo… dove …. non mi interessa, l’importante è star con loro.

Per me e importantissimo parlare di queste problematiche nelle scuole, perché almeno per la mia esperienza personale il mio problema è nato lì.

Io ho subìto bullismo praticamente dall’asilo, quindi questa cosa un po’ ha influito.

È il confronto con gli altri che dovrebbero insegnare nelle scuole, ma deve essere un confronto positivo. 

Non deve essere un confronto di voti altrimenti diventa solo competizione malsana, io mi confrontavo con gli altri e dicevo cacchio quella là ha studiato di meno e ha preso un voto più alto, secondo me dovrebbero insegnare che il voto non qualifica una persona, quando una persona cerca lavoro non dovrebbero chiedere il voto di maturità o il voto di laurea… dovrebbero chiedere “tu sei qualificato? Hai conseguito una laurea? Bene”

Il numero non ti qualifica come persona, io conosco tante persone che sono state bocciate o hanno avuto dei voti bassi ma nella loro interiorità sono persone meravigliose.

Altre persone che hanno una media altissima ma dentro sono persone brutte, sono competitive anche nella vita, un po’ subdole. Così come sono competitive in classe, sul banco lo sono anche al di fuori.

Questa malattia mi ha aiutato ad accettare le mie fragilità, ad esempio io non so accettare i complimenti, mi imbarazzo e gli amici mi dicono “devi imparare ad accettarli”, ma io rispondo sì con i miei tempi prima o poi lo farò, però per me non è più un problema quando gli altri mi correggono o mi insegnano le cose.

Ora io sono consapevole delle mie fragilità e ne vado fiera, so quali sono i miei punti di forza e quali sono le mie debolezze. Secondo me la vera forza è conoscere soprattutto le proprie debolezze. Questa malattia mi ha insegnato a conoscere me stessa.

Durante la malattia il rapporto con mia sorella era un rapporto strano, lei faceva un po’ da mamma, lei cercava di aiutarmi, o meglio ci provava senza riuscirci. Perché era impossibile, io non volevo essere aiutata, fingevo di lasciarmi aiutare ma in effetti non mi facevo aiutare per nulla.

Quando soffrivo di anoressia non ho mai avuto paura di morire, a volte l’ho desiderato e ci ho anche provato. A quel tempo la mia vita era vuota quindi era molto semplice accettare questa possibilità.

Adesso so che inevitabilmente un giorno accadrà, ma proprio perché è naturale che accada devo fare più cose possibili, non posso perdere neppure un frammento di questa vita.

A mia sorella vorrei solo dire … ti voglio un mondo di bene!