Fondazione Ananke

"La cosa più frustrante per me è vederle ogni giorno e non poter far niente per loro, l’unica arma che posseggo è il cibo,
che è l’unica cosa che loro rifiutano, che le spaventa."

Sono Julian, lavoro come cuoco in questa struttura da prima che Villa Miralago diventasse un centro per la cura dei disturbi alimentari, ovvero quando ancora era un centro benessere Méssegué e si occupava di un’utenza completamente diversa dagli attuali pazienti.

Mi sono quindi ritrovato a lavorare con ospiti che si approcciano al cibo in una maniera completamente differente. All’inizio per me è stato difficile comprendere i loro problemi; secondo me il cibo dovrebbe dare piacere, lo vedo quasi come un afrodisiaco, una coccola, invece per loro è esattamente l’opposto, un nemico.

Talvolta ho la sensazione di non essere in grado di svolgere bene il mio lavoro, perché il loro rifiuto mi induce a pensare che ho commesso degli errori.

In genere noi cuochi in cucina esprimiamo la nostra creatività, qui però non è possibile, si pesa persino l’insalata. Io non avrei mai pensato di giungere a pesare delle foglie di insalata, ma in questo contesto va fatto perché loro sono veramente brave, hanno la bilancia negli occhi.

Quando si crea qualcosa di differente, qualcosa che può appagare l’occhio si rischia solo di aumentare le loro problematiche. Più è complesso è il piatto e più si spaventano perché pensano che ci sia dentro chissà cosa, anche se le calorie sono le stesse, allora cerchiamo di cucinare piatti meno elaborati, occorre dimenticare la creatività per esprimersi con maggior semplicità, e non è facile.

Io non conoscevo i disturbi alimentari perché vengo da un paese dove, in passato, c’era la fame, perciò all’inizio, quando mi sono trovato in questo contesto, mi sembrava tutto assurdo e ho affrontato la cosa in modo superficiale. Pensavo che fossero ragazze viziate che semplicemente non volevano mangiare. Poi pian piano capito molte cose che mai avrei immaginato che, a raccontarle, mi mettono i brividi. Io lavoro in un certo senso “dietro le quinte” e di queste ragazze conosco poco, ma ogni tanto mi arriva qualche spaccato del loro vissuto e resto sbalordito, perché certe cose faccio davvero fatica a concepirle. Vedere queste pazienti che non mangiano per la grande sofferenza che hanno dentro fa male.

La cosa più frustrante per me è vederle ogni giorno e non poter far niente per loro, l’unica arma che posseggo è il cibo, che è l’unica cosa che loro rifiutano, che le spaventa. Si prova un grande senso di impotenza perché questa è una malattia molto lunga, intorno hanno tante persone però è difficile aiutarle. 

Incontro i pazienti raramente, di solito quando arrivo e quando finisco il turno, però vedendoli ogni giorno mi ci affeziono, e provo in tutti i modi a soddisfare le loro esigenze. Molti chiedono delle variazioni al menù, o vogliono cibi differenti,
e io ci provo. Mi piacerebbe poter dialogare di più con loro.

I momenti più belli sono quando senti che qualcuna ce l’ha fatta, che è stata più forte della malattia e la vedi nuovamente sorridere.

Questo nuova esperienza lavorativa, in un contesto così complesso mi ha insegnato molte cose. Mi ha dato tante emozioni, tanto affetto. Per me ormai non è più solo un lavoro, dopo tanti anni per me è come una famiglia. Ogni volta si aggiunge un nuovo membro, proprio come in una famiglia, poi il bambino cresce e se ne va per la sua strada e ne arrivano altri. Questa struttura mi da proprio
la sensazione e il calore di una famiglia, vedo tante vite e tante storie, ognuna diversa e più profonda dell’altra.

Spesso si esprime un giudizio pesante nei confronti di queste ragazze, proprio come è accaduto a me all’inizio, perché non mi era mai stato spiegato e non concepivo che potesse esistere una malattia tanto potente da impedire di mangiare. Mi sono accorto che purtroppo questa scarsa conoscenza c’è anche nei genitori che rimangono spiazzati e talvolta si accorgono della sua gravità quando è troppo tardi.

Dopo tutti questi anni non cambierei posto per lavorare in un contesto differente, mi piace farlo qui e mi dà una grande soddisfazione perché so che posso aiutare qualcuno, mentre quando si cucina in un ristorante lo si fa per semplici clienti che vanno e vengono, qui invece è una cosa diversa, ci si sente utili.